Un posto in mezzo al niente

C’è questa canzone di Joe Jackson, bellissima che la misi pure in questa lista e sono trent’anni che quando sento il verso che dice di un suono di onde e gabbiani e di partite di calcio e di campane, lo associo all’immagine di un posto dove andammo con Mirco Vettori nel 1985 – sarà anche che fu lo stesso periodo della canzone, solo un anno prima – spingendoci su per la Scozia e andando a piantar le tende alle isole Orcadi. Accanto a quel prato dove stava la nostra canadese c’era un campo di calcio, devo avere anche una foto di una porta in qualche altra scatola, e gabbiani intorno, e onde davanti, che le Orcadi sono isolette, le onde sono sempre davanti, subito dopo che finisce il prato.
Insomma, lui non la deve nemmeno cantare “Hometown”: sono trent’anni che appena sento nominare Joe Jackson la prima cosa che mi viene in mente (la seconda è Massarini) è quel campo di calcio e i gabbiani che ci zampettano e il cielo azzurro di Scozia in quell’isoletta di un arcipelago che non si sente quasi mai nominare. Orkney Islands.

Ok, ieri sera è successo un casino: sono imbarazzato a scriverlo, è una di quelle cose che ti fanno capire che sta cambiando qualcosa nella tua vita, come la prima volta che non guardai le partite delle coppe europee del mercoledì per uscire con una ragazza, a diciassette anni.
È andata che ci siamo messi con mia figlia a guardare Almost Famous, eravamo rimasti a metà la settimana scorsa – restiamo sempre a metà dei film: lei deve andare a letto a un’ora sensata – sulla scena del singalong di “Tiny dancer” E dopo poco che abbiamo ripreso arriva un’altra scena di concerto e io penso che effetto le faccia un concerto davvero rock, che finora ha visto cose come Jovanotti o Ed Sheeran, e penso dovremo andare, presto, e allora mi dico “ma non dovevamo andare insieme a un concerto, in questi giorni?”.
E realizzo.

Avevo due biglietti per Joe Jackson, IERI SERA. Era IERI SERA. Era ADESSO, penso. Comprati online due mesi fa, pure buoni, dannazione (il concerto di due anni fa era stato bellissimo).
Vabbè, andata, sono rincoglionito, me lo merito, pazienza: è tardi, sono a casa, scalzo e stordito davanti alla tv. Non ce la faccio. Emilia un po’ ride un po’ pensa che sono rincoglionito e lei non è che ci tenesse tanto a Joe Jackson, anzi.
Guardiamo altri cinque minuti di film e poi una infantile resistenza alla constatazione della realtà (sono rincoglionito) mi afferra alla colonna vertebrale, e decido di andare. “Faccio un salto”, dico, tanto il teatro è vicino. Lei accoglie la nuova sospensione pensando già ai whatsapp arrivati nel frattempo che potrà smaltire, e non fa una piega. Pensa sempre quella cosa lì, è chiaro.

Ok, torniamo daccapo. Arrivo in teatro che chissà da quanto è cominciato il concerto. Teatro pienissimo, gente entusiasta da non crederci, riesco a raggiungere un posto (il mio è stato occupato) e chissà se ha già fatto Steppin’ Out. Chissà se ha già fatto Hometown. Forse sì, perché non la farà dopo: ma concerto bellissimo, ancora.

Però, e qui siamo alla parte che all’inizio di questo post pensavo arrivasse dopo quattro righe, e magari pure voi; insomma a un certo punto presenta una delle canzoni del disco nuovo e dice, Joe Jackson: “questa è una canzone che parla di due persone che arrivano da un posto in mezzo al niente, come può essere il North Dakota… il Montana… the Orkney Islands…”.

Sobbalzo. Di tutti i posti. Dice “The Orkney Islands”. Of waves and seagulls and football crowds.
Chissà cosa vuol dire. Forse devo tornare a casa.

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