La sinistra de coccio

A una certa età avere l’impressione che tutto si ripeta in maniere desolanti è normale e comprensibile, anche se bisogna guardarsi dal fatto che diventi un tic, o un modo per farsi invitare come ospiti fissi in tv. Però uno spera lo stesso che le lezioni del passato davvero insegnino qualcosa, e che non sia solo un modo di dire retorico e compiaciuto.

E allora dirò una cosa che spero suggerisca qualche tipo di pensiero – anche infastidito, sarebbe qualcosa – a chiunque abbia a cuore dei futuri potenziali successi delle forze politiche non di destra, che siano sinceramente progressiste o radicalmente integraliste, ma che abbiano davvero il desiderio di “battere le destre”, con qualunque cosa le vogliano rimpiazzare, e non facciano delle loro campagne in questo senso un obiettivo permanente piuttosto che uno strumento.

Ecco, sono trent’anni che vedo crescere le destre, in Italia (e in gran parte del mondo, peraltro). Lasciate perdere le occasionali sconfitte elettorali, ma di fatto le destre in Italia crescono da trent’anni, e questa crescita è evidentemente culminata (finora) in una presidente del consiglio ex fascista. Domani, chissà.
Sono trent’anni che vedo chi si dice di sinistra reagire negli stessi modi: negli stessi identici modi. Partiti, politici, “intellettuali”, giornali, che si dicono bene o male di sinistra, vanno esibendo le stesse indignazioni, gli stessi allarmi, le stesse polemiche, gli stessi richiami. Non mi interessa discutere qui se siano giusti o sbagliati, moralmente e politicamente (direi giusti, in molti casi, ma non in tutti: spesso pregiudiziali, spesso strumentali e ipocriti, spesso proprio “ma mi hai preso per scemo?”). Non mi interessa, qui.

Quello che provo a dire è che pèrdono. Pèrdono un po’ di più ogni anno, hanno perso un po’ di più ogni anno, perderanno ancora un po’ di più ogni anno, perché ogni destra combattuta finora ha dimostrato di poter essere seguita da una destra peggiore, cresciuta serenamente proprio mentre si sosteneva di combatterla negli stessi modi. Ora quindi i casi sono due: o partiti, politici, “intellettuali”, giornali, non sono capaci di elaborare la più ovvia delle riflessioni calcistiche – se si perde, si deve cambiare qualcosa: schema, allenatore, centravanti – e non lo escluderei, dato il livello medio di acume tra le classi dirigenti italiane contemporanee; oppure le loro reazioni sono semplicemente strumentali a rendite di posizione. A nessuno di questi interessa davvero vincere, ma solo conservare spazio e consensi, guadagnare spazio e consensi, anche se questi spazi e consensi sono ogni anno più minoritari. La partita che giocano è quella di evitare la retrocessione, niente di più. O nel migliore dei casi, e di persone benintenzionate: di darsi pacche sulle spalle per aver detto la propria, o essersi trovati numerosi in una solita piazza, o avere ottenuto una risicata e consolante maggioranza in un contesto locale insignificante.

Ma non escludo che sia semplicemente vera la prima ipotesi, che mi sembra assai visibile anche tra di noi non classi dirigenti. Siamo poco intelligenti. Non la capiamo. Ci vediamo domani, scandalizzati per qualcos’altro, indignati per qualcos’altro, a raccontarci nelle nostre bolle sempre più piccole quanto abbiamo ragione. Ce le hanno suonate ma gliele abbiamo cantate. Magari succede qualcosa da solo.