È passato un mese da quando è morto Glen Hansard. Ne è stato scritto tantissimo, forse più privatamente che pubblicamente, ed è su questo che volevo condividere qualcosa. Una recente fortuna mi ha messo nella immeritata condizione di essere raggiunto da molti messaggi: tante persone, soprattutto lettori e lettrici del Post, avevano conosciuto GH attraverso la newsletter di canzoni che mando ogni sera, e attraverso il suo concerto che il Post organizzò a Peccioli nel 2023, grazie all’intercessione dei suoi veri amici lucchesi (io l’ho conosciuto e ci ho parlato non più di due volte, per quanto affettuosamente: la stessa esperienza che hanno avuto molti con lui). E anche chi amava la sua musica da prima, o per percorsi suoi, ha poi ritrovato spesso sul Post sue notizie e citazioni.
È quindi successo che molte persone, in cerca di qualcuno con cui condividere un dolore, a cui dire qualcosa, a cui esprimere la propria incredulità, abbiano scritto a me o al Post: io e il Post eravamo peraltro nelle stesse disarmate condizioni, incapaci di rispondere qualunque cosa, e probabilmente non ce n’era bisogno. Ma le reazioni mi hanno impressionato e mi piacerebbe che si sapesse il più possibile quale sia stata la loro attonita e sofferente dimensione. E mi piacerebbe che lo sapesse lui, e invece niente: anche se credo che abbia avuto ricchissime dimostrazioni di affetto simili fino a che ha potuto averne.
Può darsi che i lutti nelle comunità di fan generino lo stesso sconforto e lo stesso dispiacere, lo stesso senso di abbandono: e che in questo caso ne abbia solo visto maggiori espressioni per le casuali circostanze che ho detto, e forse anche la sproporzione con i pochi spazi sui mezzi di informazione rispetto alle gran pagine per altri lutti ha reso più notevoli gli scambi privati. La morte assolutamente inattesa, e così traumatica e accidentale, forse contribuisce poi a “non farsene una ragione”. Ma a me resta l’impressione che GH avesse costruito una cosa piuttosto rara, e meritevole di essergli ancora riconosciuta dopo un mese, con i suoi modi ma a volte anche semplicemente con le sue canzoni: quella che è sintetizzata dal passaggio più frequente tra i messaggi che ho letto, ovvero “non mi era mai capitato di soffrire così per la morte di qualcuno che non avevo mai conosciuto”. E che GH sia stato capace di generare persino morendo tanti buoni sentimenti, gratitudini, e desideri di sentirsi assieme, espressi con discrezione, privatamente, è un’altra cosa speciale e preziosa, coi tempi che corrono.
Come si diceva in uno di quei messaggi, “a qualcuno dovevo dirlo”.