La lettera di Pier Luigi Celli a suo figlio pubblicata ieri su Repubblica non ha suscitato solo reazioni solidali e concordi, o gratitudine per avere sollevato il problema sullo stato in cui è ridotta l’Italia. Molti hanno anche criticato il tono autoassolutorio e fatalista con cui Celli ha descritto questo stato mentre alludeva solo superficialmente alle responsabilità di chi – nel migliore dei casi – non ha saputo fare dell’Italia qualcosa di meglio, Celli compreso.
Io credo che Celli sia una persona intelligente e sincera, e che ci siano colpe maggiori delle sue nella catastrofe che è diventato questo paese. Però è vero – l’ho già detto molte volte sulla più puntuale questione del ricambio nel PD – che non è possibile continuare a eludere la relazione tra l’aver gestito responsabilità e poteri in Italia negli ultimi decenni e questa catastrofe: non è possibile risolverla con un “non siamo riusciti”. Non è possibile continuare a dare di se stessi un giudizio che prescinda da questo dimostrato fallimento. Ai vertici di strutture che potrebbero migliorare un paese ci sono in Italia persone a volte degnissime, intelligenti, di grandi qualità, ma che si sono dimostrate incapaci non solo di migliorarlo ma persino di mantenerlo un posto dove far crescere i propri figli. Possiamo continuare a pensare che sia stata solo una coincidenza, e che le stesse persone sappiano fare nei prossimi dieci anni quello che non hanno saputo fare finora? Non è l’aver continuato a investire nelle stesse persone e nella loro sconfitta idea della gestione di questo paese una delle ragioni per cui stiamo dove stiamo?
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