Parcheggiami ancora

Ho visto il film nuovo di Muccino. La premessa al giudizio è che a me Muccino è piaciuto molto quando l’ho visto intervistato alle Invasioni Barbariche: mi è piaciuto lui e le cose che ha detto, molto. Quindi poi sono andato a vedere Sette anime (si chiamava così?) ed era una bastonata sui ginocchi intollerabile da cui sono stato tentato per tutta la seconda parte di venir via. Quello prima non l’avevo visto. E L’ultimo bacio me lo ricordo godibile, ma è anche vero che non me ne ricordo niente.
Quindi sono andato prevenuto nel bene e prevenuto nel male.
Il tema fondamentale del film è il rapporto dei trentenni italiani con le portiere della macchine. Per tutto il film avrò contato più di trenta scene di gente che sale sulla macchina, scende dalla macchina, sta ferma dentro la macchina, discute nella macchina, chiude la macchina, litiga nella macchina, fugge in macchina, sgomma in macchina, piange in macchina, sta lì senza far niente nella macchina. Poi ci sono anche delle scene in cui si vedono delle macchine.
Il linguaggio formale fondamentale del film è “metto una musica”. Quasi tutte le scene sono risolte mettendoci una musica. O mettendoci una musica prima, o mettendoci una musica dopo. La scelta è eclettica, paracula, come quella di Sette anime (lì era meglio). Il narratore fuori campo invece è quello di altri mille film, e sembra di averlo già sentito uguale, con le stesse parole, da qualche altra parte.
Il logo di Alitalia era l’unico che non si era visto fino a due minuti dalla fine, ma poi è apparso anche quello.
Poi c’è gente che corre per strada, e a volte corre per strada mentre piove. E si va molto nei campi di grano mossi dal vento, quando non si sa dove andare.
E tutto quanto sembra sempre una pubblicità.
Detto questo, non ci crederete, il film mi è pure piaciuto. Giuro. Perchè malgrado tutto ‘sto collage, dentro ci sono degli attori che sono molto bravi, e delle storie che stanno in piedi e che complessivamente raccontano bene che casini siano le vite e i rapporti con gli altri. E niente è prevedibile, alla fine: vanno bene cose che potrebbero andar male, e male cose che potrebbero andar bene, ma anche il resto delle combinazioni. Dopo i debolissimi primi cinque minuti, non mi sono annoiato mai più.
Certo, sono andato con amici che invece uscendo hanno usato scherzando ma convinte le parole “obbrobrio” e “nemico culturale”.
Dipenderà anche dalle giornate.

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