Il servizio pubblico e i libri

Da quando il Post commentò criticamente il progetto di legge sul commercio dei libri e ne nacque un ricco dibattito, ho continuato a riflettere sulla complicata questione e a parlarne con diverse persone coinvolte professionalmente. La domanda accademica a cui dare una risposta sembra apparentemente semplice, ed è: è giusto permettere al mercato di definire con le sue regole e sviluppi anche il settore dei libri, trattandoli alla stregua della quasi totalità degli altri prodotti?

Un principio di liberismo assoluto e di sospetto nei confronti dell’imparzialità degli arbitri farebbe rispondere di sì sempre, ma è un principio teorico che nei fatti non può esistere. Basta pensare ai prodotti medicinali che le farmacie sono obbligate a fornire anche quando non ne hanno convenienza economica, com’è giusto. O ai molti altri casi in cui un intervento statale modera i rischi e le controindicazioni per la comunità dell’affidare alle leggi del mercato ogni scelta, proteggendo le necessità delle minoranze o dei più bisognosi (comunità a cui a tutti può capitare di appartenere, di volta in volta). Liberismo e statalismo assoluti, come tutti i bianco o nero, non funzionano: bisogna sempre trovare la scala di grigio più adeguata, e disporsi a spostarsi spesso.

Nel caso dei libri (e più in generale della cultura) la domanda è se la sopravvivenza di culture, informazioni, opinioni minoritarie e meno popolari – e quindi commercialmente a rischio – meriti essere difesa con interventi artificiali che creino degli handicap per i più forti e di fatto limitino la libera concorrenza, principio che suona bene ma che spesso implica la vittoria del più forte sul piano commerciale, che non è sempre quella della qualità culturale del prodotto. Un po’ quello che avviene con le famigerate norme sui finanziamenti ai giornali, difficilissime da applicare efficacemente ma fondate su ottime ragioni: ovvero che una società libera e democratica debba avere a disposizione non solo le informazioni delle maggioranze, politiche, sociali o intellettuali che siano.

Un altro modello con cui confrontarsi è quello del servizio pubblico televisivo. La necessità e l’intenzione sono le stesse – garantire l’esistenza di una funzione informativa e pedagogica dell’informazione di massa, sfruttarla per creare un’opinione pubblica libera e informata – ma i risultati sono divenuti ultimamente così incasinati da suggerire a molti di rinunciare e privatizzare la Rai.

Con i libri il problema è simile: in parte i titoli di maggior successo popolare e in parte le aziende di maggior forza ottengono per sé quasi tutto il beneficio delle regole del mercato. La potenza di gruppi forti e ricchi che gestiscono anche distribuzione e vendita, e molta comunicazione pubblicitaria, rende molto fragile la coda lunga dei titoli meno forti: quasi tutto il mercato è occupato da pochi titoli di successo e superpromossi e aiutati da questa logica. La questione non è la sopravivenza di piccole librerie o piccole case editrici per ragioni pittoresche o nostalgiche: ma la loro funzione pubblica di compensazione di queste regole nel completare l’offerta e soddisfare domande che ci sono, ma sono minoritarie, o la cui esistenza e pluralità è un vantaggio per la comunità.

Applicando – siamo sempre all’accademia – il percorso televisivo, quello che portò alla creazione del servizio pubblico Rai, si dovrebbe pensare a librerie di stato che vendano o promuovano titoli ritenuti di pubblico interesse, costruendo e aumentando la domanda. Ma sarebbe un progetto impensabile e con molte controindicazioni: tutte quelle che hanno messo in crisi il servizio pubblico radiotelevisivo più molte altre dovute tra l’altro all’esistenza di un mercato già consolidato con molti attori che sarebbero ingiustamente danneggiati da una concorrenza sleale e che sarebbero ulteriormente sospinti verso una funzione unicamente commerciale.
Una mediazione potrebbe essere forse rappresentata da incentivi e stimoli che premino il pluralismo dell’offerta da parte di editori e librai, anche se le implicazioni e le variabili conseguenti ai criteri di applicazione di incentivi sarebbero un bel casino difficile da controllare: come il caso degli abusati finanziamenti ai giornali dimostra. Per esempio, coprire con finanziamenti pubblici un sistema di detrazioni o sconti per libri che vendano un minimo da esserne meritevoli ma meno di un massimo da averne bisogno: rischierebbe di produrre inghippi e trucchi difficili da tenere sotto controllo.

Insomma è una materia molto complicata, su cui varrebbe la pena di capire e spiegare meglio non solo tra addetti ai lavori e non solo con logiche egoiste e di contrapposizione tra grandi e piccoli: la priorità sono i lettori, sia quelli che vogliono poter scegliere e non trovare ovunque vetrine e pile degli stessi dieci titoli, sia quelli che vogliono poter pagare meno i libri. Non si può contestare le leggi del mercato perché non garantiscono la sopravvivenza di imprese commerciali: il problema è un altro. Che la soluzione sia ridurre per legge gli sconti – danneggiando i lettori – invece che permetterne di più, continua a non sembrarmi una soluzione.

p.s. Per fare meno accademia e metterci un aneddoto concreto: c’è un mio libro nelle librerie, pubblicato con un grosso editore, quindi abbastanza privilegiato, nel suo piccolo. La settimana scorsa ne volevo comprare una copia da regalare una persona e sono entrato nella libreria di una grossa catena dove ne avevo visto alcune copie qualche giorno prima. Il libraio, mortificato, mi ha spiegato che la direzione centrale gliele aveva appena fatte restituire tutte come “rese” – insieme ad altri titoli di appena due o tre mesi fa – per chiudere il bilancio stagionale con più soldi possibile nella colonna degli attivi. Questo malgrado il libro – sconti vigenti compresi – costi appena 7 euro e mezzo e malgrado si venda ancora, per cui il libraio lo riordinerà immediatamente per averlo disponibile nel trimestre successivo: ma questo non capiterà per tutti. E molte bizzarrie “di mercato” come queste orientano i criteri con cui vengono promossi e diffusi i libri che formano un pezzetto – piccolo, per carità – delle opinioni e della cultura di un paese.

Altre cose:

48 commenti su “Il servizio pubblico e i libri

  1. clarenza

    penso che il nodo cruciale sia il rapporto con la distribuzione (come vediamo anche nel caso del “privilegiato” libro di Luca Sofri).
    Secondo me un buon sistema per sostenenre la piccola (anche se non necessariamente piccolissima) editoria sarebbe quella di imporre per legge ai distributori una “doppia velocità”, che consenta di lasciare per più tempo in libreria i volumi di quelle che non sono le 10 grandi-grandissime case editrici; e che consenta ancora alle medio-piccole un timing più rilassato nelle uscite.
    Già queste due semplici misure sarebbero, a mio parere, una grossa boccata d’ossigeno.

  2. Massimo

    Indubbiamente qualsiasi intervento dall’alto, anche fatto con le migliori intenzioni, può finire per falsare la concorrenza e le dinamiche commerciali del settore. E non sono sicuro che se ne avvantaggerebbero i piccoli, editori o librai che sia. Vorrei però fare una riflessione ancora più di base. Il libro è un medium, in un libro ci possono essere le ricette della valletta tv o la letteratura russa dell’800. Sono uguali? Entrambi meritano protezione? E perché non la musica classica? E gli audiolibri? Forse è il caso di spostare l’attenzione dal feticcio libro di carta ai contenuti. L’allargamento dei media, le librerie online, l’autoproduzione di libri cartacei o elettronici mi sembra la strada più efficace nella pratica. Cioè, più concorrenza, che non significa penalizzare i piccoli, ma dare loro le stesse possibilità dei grandi. In questo la rete può fare la differenza. Non siamo un paese da incentivi statali, la storia ce lo insegna.

  3. RicPol

    Secondo me un aspetto poco affrontato della questione è: che cosa chiedere, esattamente, ai “piccoli” in cambio di una maggior tutela da parte della collettività (dello Stato, se vogliamo)?
    Vale per tutti gli operatori culturali, ma restiamo alle librerie.
    E’ vero che le grandi catene divorano il mercato. Ma è anche vero che ormai a Torino, per dire, è difficile trovare una libreria “indidpendente” che resti con coraggio su un’offerta ricca e curata di titoli alternativi: entri, e vedi che il 95% dei libri sono gli stessi vampironi, gialloni, fantasy e istant-book che trovi da Feltrinelli… e senza nemmeno poterti fare lo sconto. Il peggio è che poi, siccome stanno tutte annegando, ormai non arrivano più tempestive neanche sui libri di nicchia. Quando riesci a scavalcare i primi otto scaffali di vampiri, scopri che il reparto “teatro”, o “poesia” non ha mai le ultime novità che hai già visto su internet.
    Paradossalmente, ormai anche molti libri più esotici si trovano prima da Feltrinelli che altrove.

    E quindi, immaginiamo che da domani queste librerie ricevano tutte aiuti dallo Stato. Io sarei d’accordo; ma come facciamo, in cambio, a chiedere che si riforniscano di teatro e poesia e buttino via i vampironi? Chi compila la lista dei libri “sì” e dei libri “no”? Fino a che punto sarebbe lecito entrare nelle loro legittime scelte di mercato? Non finirebbero per intascarsi comunque i soldi e lamentarsi che lo Stato le costringe a riempirsi di titoli invendibili? Chi si mette a controllare i furbi?
    E nel frattempo Fnac o Feltrinelli, bene o male, stanno facendo politiche molto più intelligenti e diversificate di quanto sembri.. Morale, finisce che il mercato paradossalmente fa la scelta “giusta”, e intanto noi abbiamo creato un’altra bella sacca di assistenzialismo.

  4. popinga

    Quanto ti sbagli Luca,
    i soggetti più deboli in tutto questo circo sono i consumatori e nessuno sembra fare i loro interessi. Personalmente, non me ne frega niente se le piccole librerie chiuderanno tutte. Io abito a 20 km dalla prima libreria. Grazie ad internet riesco lo stesso a comprarmi tutti i titoli a prezzo vantaggioso, nonostante le spese di spedizione (in più me lo portano direttamente a casa). Non esiste archivio più fornito di un magazzino amazon o ibs. Il modello di business della piccola libreria è un morto che cammina, non potrà che soccombere. Per tutti quelli che non hanno la capacità o la volontà di comprare i libri su internet dico che dovranno essere disposti a pagare prezzi più alti, se vorranno tenere in piedi le anacronistiche piccole librerie. Perché devo sussidiarle io le vostre piccole librerie dove non metterò mai piede?
    (per sussidiarle, intendo pagare un prezzo più alto, quello che succederà se non si potranno più fare gli sconti)

  5. unespressoprego

    Io dividerei il problema in tre questioni distinte:
    1. Le piccole librerie. Su questo non credo che ci sia molto da fare, un po’ come per le piccole macellerie o frutterie. Quelle che hanno una loro specificità, tradizione, qualità, clientela, e sanno innovare vanno avanti, le altre non reggono la concorrenza dei supermercati.
    2. I piccoli e medi editori. Ci dovrebbe essere un modo per fare sì che le grandi distribuzioni/librerie riservino ai piccoli-medi editori lo stesso trattamento che ai grandi. Ma la stessa questione vale anche per:
    3. I piccoli libri. Cioè quei libri che sono editi da una grande casa editrice ma non sono né Il Nome della Rosa, né La Rabbia e l’Orgoglio, né Barnum. Libri che non venderanno mai un miliardo e mezzo di copie ma non per questo sono di qualità inferiore ai best-seller, molto semplicemente sono un’altra cosa.
    Da qui a avere la soluzione in tasca ce ne passa, e di certo la soluzione non è limitare gli sconti.

  6. stefano bonilli

    Io non penso che sia giusto regolamentare la scala sconti dei libri perché l’unico a rimetterci è il lettore. Io sono un grande compratore, l’1% della popolazione, temo proprio, e su Amazon.it trovo libri con il 30% di sconto, perché dovrei perdere questo vantaggio? Se benissimo che Amazon vuole penetrare nel mercato italiano ma, guarda caso, quando c’è concorrenza ci guadagna il cliente. Le piccole librerie con una vera specializzazione continuano a vendere, un esempio è Farhenaheit di Campo dei Fiori a Roma.
    Guardate l’ultimo terreno di confronto, gli ebook, quelli venduti da Rizzoli e Mondadori, col DRM, a prezzi sbagliati, sono una scelta imbarazzante. Il cliente è sempre l’ultimo problema.

  7. Chantal

    Abito in Germania e la prima cose che mi è venuta in mente leggendo dei libri come servizio pubblico è la Bundeszentrale für Politische Bildung (Centro federale per l’educazione politica – più o meno). Organizzano eventi, producono fascicoli su vari argomenti per scuole, biblioteche e così via ma sono soprattutto conosciuti perchè producono riedizioni di libri, soprattutto accademici che costano molto molto meno dell’edizione normale.
    Qui il link alla pagina in inglese con un breve riassuntino di cosa fanno e perchè: http://www.bpb.de/die_bpb/PE8IKY,0,The_Federal_Agency_for_Civic_Education.html

    E insomma, a me pare che loro questa cosa qui: “garantire l’esistenza di una funzione informativa e pedagogica dell’informazione di massa, sfruttarla per creare un’opinione pubblica libera e informata” la facciano bene. La costituzione è gratis per esempio.

  8. popinga

    A mio avviso, sbagli qui:
    “La questione non è la sopravivenza di piccole librerie o piccole case editrici per ragioni pittoresche o nostalgiche: ma la loro funzione pubblica di compensazione di queste regole nel completare l’offerta e soddisfare domande che ci sono, ma sono minoritarie, o la cui esistenza e pluralità è un vantaggio per la comunità.”

    Che le piccole librerie forniscano una maggiore completezza nell’offerta è molto discutibile. Se devo comprare un libro quasi introvabile io mi rivolgo ad internet. Poi, non ho ben capito perché le piccole librerie dovrebbero tenere libri più particolari, a differenza delle grandi librerie. I grandi rivenditori possono permettersi di tenere libri meno richiesti perché “spalmano” il rischio di tenerli in magazzino sulla base del maggior giro d’affari, mentre i piccoli rivenditori non se lo possono permettere. Personalmente, ho sempre visto gli stessi titoli sia nelle grandi che nelle piccole librerie. Tutto questo amore per la letteratura di nicchia da parte dei piccoli librai non lo vedo.

  9. unespressoprego

    Stavo pensando anche a un’altra cosa: c’è mai stata un’età dell’oro in cui i piccoli librai, piccoli editori, piccoli scrittori se la passavano bene? Forse no, forse hanno sempre fatto la fame. E forse il libro era un oggetto così d’élite che tutti vendevano pochissimo, così le differenze si livellavano. AAA cercasi “storia dell’editoria”.
    (a proposito: bella questa insituzione tedesca di cui parla Chantal, ma non so se è proprio una risposta al problema sollevato da Luca Sofri).

  10. Stefanof

    Luca, penso anch’io che tu sbagli nel pensare che le piccole librerie servano a garantire e proteggere la diversita’ culturale. Le uniche librerie che lo fanno sono quelle molto specializzate che trovi nelle grandi citta': che so, librerie giuridiche, scientifiche, musicali eccetera. Per il resto, al massimo le piccole librerie possono servire come centri di aggregazione culturale: ma se questo e’ quello che si cerca, allora mi pare meglio spendere i soldi della collettivita’ per istituzioni come quella di cui parla Chantal.
    Del resto, che quella di preservare le piccole librerie sia una battaglia persa segue dal fatto che e’ una battaglia che va contro la politica editoriale, che e’ basata su un modello di distribuzione diverso. Ti segnalo il libro di JB Thompson “Merchants of cluture”, che spiega come questo sia successo nel mondo anglosassone. Mi pare molto difficile che l’Italia riesca con una legislazione protezionistica a fermare un processo che nel resto del mondo e’ inarrestabile — anche se ovviamente la barriera linguistica aiuta.

  11. kos

    Lasciatemi una lacrimuccia nostalgica per le piccole librerie, quelle che sapevano consigliarti, quelle dove entravi per comprare un-libro-uno e uscivi dopo tre ore e cinque altri libri… Questo aspetto relazionale mi manca e forse anobii e similcosi non fanno abbastanza per soddisfare questo bisogno di dialogo. Certo, quanto meno dalle mie parti, si fanno molte più presentazioni di libri, incontri con l’autore ecc. ma non è la stessa cosa. Non so se sia il caso di supportarle, ci sono anche piccole librerie che sono semplicemente dei mini magazzini di bestseller ecc. Per quel che mi riguarda compro la saggistica e i libri di lavoro su ibs o amazon, mentre per la narrativa vado ancora dalla mia libraia-amica nel budello. E ce la raccontiamo un po’…

  12. marcocassini

    quanto ti sbagli, popinga.

    in cosa sbagli?
    in questa frase:
    “I grandi rivenditori possono permettersi di tenere libri meno richiesti perché “spalmano” il rischio di tenerli in magazzino sulla base del maggior giro d’affari, mentre i piccoli rivenditori non se lo possono permettere.”

    senza mettersi a fare discussioni sulla infondatezza della tua equazione, ovviamente nella gran maggioranza dei casi, perché non vale la pena generalizzare (non sono mai stato d’accordo sul principio di piccolo è bello. ci sono molte piccoli librai che chiudono solo perché non sono bravi a fare i librai, e molti grandi che prosperano non perché sono grandi ma perché sono bravi) basti appunto proprio l’esempio di luca sofri: un autore noto, pubblicato da un grande marchio editoriale, non reperibile in una grande libreria.
    se fosse vero quanto dici, popinga, e cioè che i grandi rivenditori si possono permettere di tenere più catalogo perché possono rischiare di più, non avrebbero dovuto incassare quindici euro rendendo le due copie del libro di luca. poteva rischiare di più, come dici, e tenerselo. quindi, non mi sembra così vero, o così dimostrabile, quanto dici. è vero anzi l’esatto contrario: per le grandi librerie c’è un obbligo assai più stringente di far quadrare i conti sul singolo marchio, e poi a cascata sulla singola collana, e sul singolo titolo, e quindi non appena servono i quindici euro per pagare le 6 confezioni da 10 pacchetti di post-it che sono stati ordinati dalla segreteria di amministrazione della libreria, la cosa più semplice è rendere un libro, anche se vende, anche se è di un autore noto, anche se è di un grosso editore.
    quindi figurati quanto dura la vita di un autore esordiente, pubblicato da un piccolo editore, e che magari costa quindici euro per cui basta renderne uno solo per comprarci i post-it.

    [se poi per “grandi rivenditori” intendi le grandi superfici come autogrill, supermercati, mediaworld e quant’altro, la tua affermazione si sbugiarda da sola: quanta profondità di catalogo, ossia quanti diversi titoli riesci a trovare in uno di questi negozi?]

    basterebbe andare mezz’ora a uno dei vari seminari o corsi per librai. la prima cosa che ti insegnano è: l’indice di rotazione. se tu libraio di un libro compri una copia e vendi una copia hai un indice di rotazione pari a 1. se lo ricompri e lo rivendi, avrai indice pari a 2, e così via. per le librerie più grandi l’indice di rotazioni è dio. se sgarri, o se il libro ti resta sul groppone per qualche settimana, via, rendere subito.
    il piccolo libraio (e lo ribadisco: non necessariamente perché sia un libraio illuminato: magari solo perché non sa fare questi conti, non conosce bene le regole auree che insegnano alle costosissime scuole per librai che lui non può permettersi) queste regole non le applica, o può non applicarle perché non ha un datore di lavoro che lo licenzia se a fine mese l’indice di rotazione è troppo basso. piuttosto chiude, ma non deve rispondere SOLO a queste regole matematiche.

    il discorso è lungo e articolato. questo spazio, e lo spazio della mia risposta, non è sufficiente ad argomentare.
    ma mi sembra che rispetto alle certezze espresse anche solo dal padrone di casa qualche mese fa sul post, che si sono trasformate se non altro in dubbi qui su wittgenstein, qualcosa si sta iniziando a capire, o a decifrare, sull’argomento.
    magari fra qualche mese, su qualche altro blog ci avvicineremo ancora di qualche passo alla verità.
    saluti a baci.

  13. dado1907

    secondo me è sbagliata l’equazione: sconto selvaggio salvezza del lettore. APRITE GLI OCCHI, anche tu popinga, quello che conta è il prezzo finale. Non capite che alzano i prezzi di copertina per poi abbagliarvi con lo scontone? vai a vedere cosa pagavi un einaudi o un mondadori e cosa lo paghi ora: fino a due anni fa un oscar bestellers era sotto i 10€ poi è passato a 12€ ora siamo a 13 – 14€; Gli einaudi stile libero big sono passati da 12/13 € a 17€ in pochi anni.
    I piccoli acquistano con il 30% di sconto, le catene a 50% e ci perdiamo cmq tutti.

    insomma il prezzo e lo sconto sono un falso problema.

    chiudo con il dire che nazioni civili come francia, germania e da ultima svizzera hanno leggi adeguate che limitano al 5% gli sconti, fate due ragionamenti…

  14. Luca

    “nazioni civili” però mi pare un argomento un po’ povero: le molte altre nazioni che non hanno un tetto sugli sconti sono incivili?

  15. popinga

    3 risposte rapide:

    a Kos, io rispetto la tua nostalgia per le vecchie librerie. Non mi sembra giusto che le debba sussidiare io. Se ti piace così tanto, sono sicuro che sarai ben lieto di pagare un extra-prezzo sui libri per tenerla in vita.

    a Marcocassini, mi vuoi dire che Amazon ha un catalogo più risicato della libreria sotto casa (sotto casa un corno, solo i più fortunati ce l’hanno sotto casa). Forse non ti riferivi agli webstore, tuttavia credo proprio che la normativa (almeno da quanto ho letto sul Post un paio di mesi fa) si applichi anche alle vendite via internet.
    Comunque, mi risulta davvero difficile credere che la quantità di titoli detenuta da un negozietto sia maggiore di quella di una grande libreria, sarà….
    Dovresti provarmelo perché la mia esperienza empirica dimostra il contrario.
    A parte questo, una domanda sorge spontanea: ma perché le case editrici non se li vendono da soli i libri? Perché abbiamo bisogno di intermediari?
    Sono convinto che in futuro non esisteranno più le librerie e nemmeno le case editrici. Gli autori venderanno direttamente gli ebooks attraverso i propri siti internet e allora si che ci sarà un po’ più di concorrenza.

    a dado1907, quello che conta è il prezzo finale, non ci sono dubbi. Per questo io voglio il prezzo più basso possibile e vado dal libraio, web-store,magazzino, fornitore che me lo fornisce e non tollero che lo stato limiti, per l’ennesima volta, la concorrenza in un determinato settore.

  16. Massimo

    Ok, marcocassini, evidentemente uno del mestiere, ci ha spiegato cosa succede dietro il bancone di una libreria. Ma ci interessa davvero? Perché allora non interessarci del retrobottega di un venditore di baccalà, carissimo eh, o di lampadine, a volte introvabili? Perché non sono cultura? Eh, troppo facile. Il mese scorso cercavo una certa lampadina e in tutta la città di Roma, non Riogelido di Sopra, Roma, non esisteva, a meno di ordinarne e comprarne, credo, 25 insieme (prezzo unitario 35 euro). La distribuzione, la rarità, la casa non ce le manda sciolte ecc. L’ho ordinata su internet ed il giorno dopo era a casa mia, una. Morale. Per quel che mi riguarda i venditori di lampadine tradizionali possono anche chiudere domani e le loro motivazioni sono per me irrilevanti. Vendere è un servizio, se non puoi, sai, vuoi esercitarlo, cambi mestiere. Sennò il mondo era ancora pieno di ciabattini e latterie. Ebbasta con ‘sta retorica dei mulini bianchi.

  17. dado1907

    se vogliamo mettere i puntini sugli i: nazioni che hanno affrontato il problema in modo serio, senza demagogia e in cui l’editoria gode di migliore salute (dove si legge anche di più, credo)

    ribaltando il concetto: che quelle nazioni sono stataliste e contro il lettore solo perchè hanno fatto leggi adeguate?

    [il tentativo è chiaro da parte dei grandi gruppi editoriali: fare libri e venderseli da soli a prezzi sempre più alti ma con il trucco dello sconto, sveglia! decidendo anche cosa si deve leggere, non per cattiveria ma per pigrizia]

  18. popinga

    e invece gli interessi dei piccoli librai è quello di vendere libri a prezzi sempre più alti senza sconti per nessuno.
    La sveglia non serve, credimi.

  19. dado1907

    scusa popinga io ti capisco, davvero, anche perchè dici altre cose condivisibili (io per esempio a differenza di molti colleghi per la vendita on line avrei previsto più ampie deroghe perchè a fronte di alcuni svantaggi possano offrire alcuni vantaggi) MA IL PUNTO CHIAVE è che il prezzo lo fa l’editore, è stampato sul retro e l’oggetto, benchè prodotto culturale, rimane quello (non è che posso dire come per altri negozi: sì ma le mie camice hanno un tessute migliore, il mio prosciutto è più buono/sano, le mie mele sono biologiche, ecc…). non trovi concorrenza sleale venderlo a prezzi diversi al venditore al dettaglio in modo che alcuni possano fare più sconto?

    scusa quando compri le sigarette chiedi lo sconto? e il giornale o la rivista?
    al massimo decidi di prendere una marca piuttosto di un’altra: quella è concorrenza.

    ti rendi conto che quando faccio il 10% mi sono già mangiato metà del mio margine?

    poi tutte le altre critiche ci stanno tutte ma noi abbiamo l’acqua alla gola, giuro!

  20. Pingback: Quanto sono pubblici i libri | Giulio Cavalli

  21. marcocassini

    @popinga:
    re:vendersi da soli i libri. prova a dare un’occhiata qui:
    http://www.edizionisur.it/
    se non ti abboni ti vengo a cercare…

    @massimo: l’argomento qui era perché luca sofri non è riuscito a comprare un suo stesso libro in una libreria di catena della sua città. ora potrei andare a cercare sul blog husserl.de se c’è il caso del signor osram che non è riuscito a comprarsi la sua lampadina all’ikea, ma lì conosco meno le regole del mercato.

  22. Massimo

    @marcocassini ma perché tu trovi sempre il numero giusto delle scarpe che ti piacciono? Lo so, sto banalizzando ed anche facendo lo scemo apposta ma, davvero, non riesco a vedere il libro come un oggetto così speciale da dover avere delle regole distributive imposte per legge. Mettiamola così, nelle società moderne ci sono molti oggetti che possono essere avvicinati alla parola cultura. Il libro è uno tra tanti e forse nemmeno il più diffuso ed efficace, ormai. Altrimenti pretendo che il Blockbuster sotto casa abbia tutta la filmografia di Eisenstein. Per legge.

  23. Luca

    Il cinema è in effetti un buon termine di paragone, anche se non so cosa ci dica il paragone. Ma fatte le dovute proporzioni, perché i libri e le parole scritte continuano a essere un veicolo di cultura molto più ricco di ogni altro (non più efficace, più ricco). Il cinema è un buon termine di paragone perché i film interessanti che potrebbero essere fatti e non si fanno per ragioni di costi e insufficienti guadagni sono tantissimi ogni giorno. E quelli che vengono fatti e quasi nessuno vede idem. E in questo caso la televisione di servizio pubblico sarebbe uno spazio giustissimo per favorirne la diffusione e il beneficio per gli spettatori.

  24. marcocassini

    cinema: e se il multisala che propone solo vacanze a macherio e fast and furious 43 mettesse il prezzo del biglietto a tre euro, e voi voleste vedere film di qualità appena migliore senza poterli trovare in nessuna sala (sì sì ok popinga se lo vede in streaming lo sappiamo, ma se volesse andare a vederselo proprio in un cinema intendo) perché le sale che danno altri film a 7.50€ piano piano stanno chiudendo tutte?

  25. Fabio Venneri

    ho scritto una cosa lunga, ma per paura di aver scoperto l’acqua calda chiedo brevi delucidazioni:

    1) “La questione non è la sopravvivenza di piccole librerie o piccole case editrici per ragioni pittoresche o nostalgiche: ma la loro funzione pubblica di compensazione di queste regole nel completare l’offerta e soddisfare domande che ci sono, ma sono minoritarie, o la cui esistenza e pluralità è un vantaggio per la comunità.”
    non ho capito in cosa consisterebbe questo vantaggio se non genericamente, come se fosse palese.

    2) chiedo: si possono separare le questioni piccole case editrici e piccole librerie, o c’è un motivo per cui vengono accorpate nel discorso?

    3) perché non vengono mai menzionati i poli bibliotecari provinciali? (mi riferisco al ruolo di aiuto alla diffusione delle opere)

    grazie

  26. Massimo

    Come giustamente premesso dal Direttore, non ci sono soluzioni semplici e perfette, anche nel caso del cinema. Personalmente credo che, alla fine, il male minore, ovvero la soluzione migliore è quella della maggiore concorrenza possibile per diversificazione dei media. E’ vero, come dice marcocassini, che molti film in sala non riesci a vederli, ma me li vedo a casa sul 48″ al plasma, home theater buono e bluray affittandoli sotto casa per quattro euro. Che è assai meglio di molte sale pidocchio. Sennò torniamo al punto di partenza, i cinema d’essai come le piccole librerie. Non abbiamo più bisogno né degli uni né delle altre.

  27. stefano bonilli

    Io per una ventina d’anni ho fatto l’editore, prima piccolo, poi un po’ meno piccolo e sempre ho dovuto fare i conti con i distributori da un lato e le grandi catene dall’altro.
    Vendevamo anche un’edizione tedesca e là non c’è resa, quello che viene prenotato è venduto, qui ci sono le rese e un anno dopo ancora non sai cosa hai venduto veramente.
    Se a Natale volevi stare nei punti strategici della Feltrinelli dovevi concedere un ulteriore sconto per essere tra i libri promossi con lo sconto e parlo di titoli che hanno venduto 80.000 copie l’anno.
    I piccoli librai, invece, prendevano una o due copie, la gran parte del venduto avveniva perciò nelle grandi catene.
    Oggi se si escludono i piccoli librai bravi e specializzati, il settore è comunque spacciato, non ne sono certo contento ma questa è la tendenza.
    Imporre un prezzo obbligatorio non salverà certo questo mondo.

  28. matteocarrera

    lo avevo accennato già sul profilo facebook de IlPost. provo a ripeterlo qui. se in sintesi il tema è il rapporto (e l’equilibrio) tra mercato con le sue regole e la diffusione della cultura, a cui si aggiunge un pizzico di “servizio pubblico” direi che di sbagliato c’è proprio il punto di partenza. Per un semplice motivo. L’istituzione preposta alla diffusione della cultura, alla sua conservazione, alla formazione alla cittadinanza, è la biblioteca. E in Italia nessuno lo sa, e nessuno se ne ricorda. Quindi ci si ritrova a scrivere quello che ha scritto il direttore, che è assolutamente condivisibile, per certi aspetti, ma sbagliato proprio perchè non tiene in considerazione le biblioteche. Che sono soggetto pubblico, che non devono rispettare le logiche di mercato, e che se fossero finanziate come necessitano, ci renderemmo tutti conto del valore enorme che hanno. Per maggiori informazioni si veda un qualsiasi paese europeo del nord. Perdonate il tono, ma sono cooperatore bibliotecario e sono stanco di sentire parlare di cultura solo per librerie, teatri, film, teatri lirici, dimenticando sempre ciò che è alla base della cultura, la biblioteca.

  29. Pingback: Viva il grigio « DemSpeaking -Elia Nigris

  30. Francesca

    Sofri,
    devi scegliere gli esempi ed esaminarli con cura.

    Nel tuo discorso non si tratta di un mercato di “libri” ma di un mercato di “spazio sullo scaffale”: come vedi dal commento di Stefano Bonilli qui sopra, il libraio vende spazio sullo scaffale all’editore, non libri, e ancora meno ‘cultura’, ai lettori.

    La permanenza di un libro su quello scaffale dipende dalla scarsità di spazio sullo scaffale in una libreria di bricks and mortar rispetto alla domanda del libro. Raddoppiare il tempo di permanenza del libro su quello scaffale corrisponde a raddoppiare la “lunghezza” di quello scaffale e – se la domanda del libro è la stessa – a DIMEZZARNE la resa. Ora, se si può immaginare che lo Stato costringa il libraio a raddoppiare quel tempo, non vedo come lo Stato possa costringere i lettori a leggere le copie che, se quello ha reso, nessuno a comprato.

    Naturalmente con i libri e con molte altre cose di quella natura c’è un modo di raddoppiare lo scaffale, cioè di aumentare l’offerta di scaffale, a costo ‘marginale’ (differenziale) quasi zero: metterli on line. Perché il tuo non lo è? Può starci tanto a lungo quanto si vuole.

    Bisogna evitare di parlare di “mercato”. Il mercato è di QUALCOSA di PRECISO. Un mercato di “libri” o di “cultura” è una cosa completamente diversa da un mercato di spazi su scaffali.

  31. dado1907

    mah secondo me siete finiti un po’ fuori tema (sopratutto con i paragoni col cinema e tv)
    QUI NON SI PARLA DI AIUTI ECONOMICI (come per giornali e cinema) ma SOLO DI REGOLE da rispettare nella filiera della distribuzione del libro.

    tenete conto che le case editrici possono fare per 11 mesi l’anno promozioni, quindi…

    insomma è solo una regolamentazione del mercato come per molti altri settori avviene normalmente.

  32. Piero

    La prima domanda è se vogliamo un’editoria cartacea italiana. Dopo tutto l’italiano è una lingua parlata da un’esigua minoranza di persone, meglio leggere i libri in inglese, no?
    La seconda domanda è se vogliamo leggere libri di autori a) di cui non abbiamo mai sentito parlare prima oppure b) di paesi non anglofoni c) libri di autori fuori catalogo, magari finiti al macero ma non per questo meno belli
    Se la risposta è sì a tutte queste domande, è necessario stabilire delle regole del gioco che garantiscano l’indipendenza, la libertà dell’editoria cartacea e la possibilità di pubblicare, in maniera economicamente sostenibile, libri che i direttori commerciali delle grandi case editrici non si sognerebbero mai di pubblicare.
    Se invece la risposta è no, compriamoci tutti un bel 48 pollici al plasma, e godiamoci la tv!!!

  33. Piero

    @Stefano Bonilli:
    Tu dici:
    “Oggi se si escludono i piccoli librai bravi e specializzati, il settore è comunque spacciato, non ne sono certo contento ma questa è la tendenza”

    Ma siamo proprio sicuri che il colpo di grazia non glielo stiano dando i grandi gruppi, tipo la Giunti, con catene di librerie (Giunti al punto), tanto per non far nomi? E teniamo ben presente che a Giunti tutta questa storia degli sconti gli fa appena appena il solletico!

  34. stefano bonilli

    @Piero
    Citi Giunti, io curo una collana per Giunti ma per 22 anni sono stato editore del gambero rosso e ho vissuto i mille problemi del piccolo editore che poi si trova tra le mani una pepita d’oro, la guida dei vini, che vendeva ogni anno 80/100mila copie. E allora sono i grandi che ti vengono a cercare ma se vuoi stare per Natale con la pila di guide agli ingressi della Feltrinelli devi concedere alla catena un ulteriore sconto.
    Se sei piccolo nessuno ti prende in considerazione.
    A me quello che fa Giunti come editore da 400 milioni di euro di fatturato poco interessa ma non capisco perché Esselunga può decidere di mettere in vendita il Sassicaia, acquistandolo sul mercato e non dalla cantina, che non glielo dava, a sottoprezzo e Amazon non mi può vendere i libri col 30% di sconto.

  35. Sir Robin

    Il libero mercato non esiste: ci sono quei sei nomi che impongono la monocoltura e tanto ha da bastare. Rendite di posizione consolidate, non le schiodi nemmeno con le cannonate. Potentissime e invadenti politiche lobbistiche fanno il bello e il cattivo tempo. I piccoli librai sono spacciati da tempo, e, del resto, il più son chiacchiere. I piccoli editori te li raccomando: sanguisughe che, per la maggior parte, fanno leva sulle frustrazioni derivanti dalle contraddizioni di questo sistema scellerato. Se sei un autore o un collaboratore, bene che ti va, non vedi un baiocco. Chi campa di amicizie (in alto) sopravvive, chi si affida al falso mito del libero mercato soccombe. E tanti saluti. Non hanno proprio gli strumenti.
    Eppure, per dire, l’autobiografia di Frank Zappa è un gran bel libro (e utile) e mi manca molto da quando l’ho prestato e non mi è stato più restituito. Sono anni che aspetto una ristampa che non arriva mai…
    Che fare?
    Ci vorrebbe un sistema diverso, che avesse la possibilità di emanciparsi da queste pastoie, che potesse infischiarsene dei distributori, delle rese, delle pile di libri monotitolo che ti assalgono appena varchi la soglia del megastore. Sarebbe bello poter contare su titoli disponibili perennemente, a prezzi così bassi da competere con la gratuità e tuttavia in grado di generare profitto. Poter contare sulla disponibilità immediata di contenuti potrebbe davvero rappresentare una svolta.

  36. librerialunatika

    hai perfettamente ragione, sarebbe una svolta e lo potremmo anche considerare uno dei diritti dei consumatori.
    ed un altro diritto è quello della concorrenza che porta a prezzi giusti. Un prodotto (qualsiasi esso sia) ha un costo di realizzazione/produzione che deve essere ripagato. Il lavoro è lavoro e ognuno deve essere retribuito.

    E, certo, possiamo affermare che le catene distributive (in qualsiasi ambito, sia chiaro… un esempio su tutti è la catena della frutta e verdura) sono troppo lunghe e, di conseguenza, il consumatore finale si ritrova con un prezzo non proprio ideale.
    Quindi?
    Come possiamo fare?
    Che strada percorrere, per avere un mercato “giusto”?

    Perchè di questo si tratta: mercato “giusto”; è sbagliato parlare di tutela delle piccole librerie o della cultura. Perchè vorrebbe dire tutelare solo una parte di un insieme a discapito del resto. e il cliente? e l’editore? e l’autore? chi decide cosa è cultura?

    anche io sono un cliente e mi piace spendere poco (che sia per un libro, per un cd, o per la spesa della giornata) ma se il mercato si stringe intorno a pochi gruppi che controllano ogni parte della catena che fine fà la concorrenza?
    se il mercato è controllato dai grossi gruppi non è solo il prezzo finale ad esserne influenzato. com’era il discorso fatto più su? “per avere spazio sullo scaffale devo concedere qualcosa sennò finisco nel magazzino”.

  37. dado1907

    AAA SIR ROBIN io l’autobiografia di zappa dell’arcana l’ho!!
    cica cica bua
    e siccome non la trovi te la spedisco maggiorata di 2€ più spese di spedizione (è il mercato :-))

    fammi sapere
    blogdado@gmail.com

  38. librerialunatika

    p.s. si evince dal nick ma lo specifico
    sono un libraio di una piccola libreria indipendente di periferia romana e da quello che vedo le piccole attività commerciali non hanno i giorni contati
    giorni difficili si, ma non contati

  39. Sir Robin

    @dado 1907
    :-)
    Grazie! Ma quel libro so benissimo a chi l’ho prestato. E’ una specie di vezzo: quando devo nominare un libro che mi è piaciuto molto e che è fuori catalogo cito sempre quello. Sai quanti ce ne sarebbero!!

    Tornando al punto, a me la domanda sorge spontanea: ma chi decide le parole del discorso pubblico sul libro?

    Se continuiamo a far finta di essere sani…

  40. dado1907

    eh ma chissà se torna…. meglio averne una scorta (o magari regalarlo).

    per il resto la domanda non l’ho mica capita, giuro

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