I fatti distinguibili dalle opinioni

La discussione tra Bill Keller e Glenn Greenwald pubblicata ieri sul New York Times è stata molto ripresa e citata in giro, con molte semplificazioni evitabili e inevitabili, che in alcuni casi l’hanno ridotta al tema assai vecchio e superficiale del “giornalismo imparziale e obiettivo contro giornalismo opinionato o militante”: col risultato di proporre posizioni a volte un po’ sciocche e implausibili e di avvicinarsi al vecchio e assurdo cliché del giornalismo dei fatti contro il giornalismo delle opinioni, o dei “fatti separati dalle opinioni”.

Per superare tutto questo ed evitare di dire della banalità – nello scambio Keller Greenwald originale c’erano invece alcune cose interessanti, più negli esempi e casi puntuali che nelle sintesi e nelle accuse reciproche – bisognerebbe chiarirsi su questa cosa della pretesa separazione tra fatti e opinioni. Che ha un limite originario – quello di cui parliamo non sono i fatti, ma sempre la loro soggettiva esposizione: che contiene sempre un tasso di opinione, come minimo in quanto testimonianza dell’autore e della sua selezione – ma un suo senso ce lo può avere: che è quello, io credo, che debbano essere riconoscibili; che nell’esposizione il lettore possa capire quali sono gli uni e quali sono le altre. Non c’è niente di male nell’introdurre delle opinioni accanto alla citazione di fatti, nel non tenerli “separati”, o nel sostenere con dei fatti le proprie opinioni, ovviamente. Ma il lavoro di informazione avrà tanta maggiore efficacia quanto le due cose saranno riconoscibili e distinguibili: e il suo autore sarà tanto più credibile quanto più non le confonderà, dando al lettore sia una propria eventuale tesi che gli strumenti per dubitarne o costruirne una alternativa.

In questo senso, ciò che teorizzano Keller e Greenwald ha diverse zone di possibile convivenza, e come al solito l’unica cosa che è da scartare è la pretesa di mettere cose che hanno espressioni e contesti i più vari e articolati – come il giornalismo – dentro categorie rigide e definizioni manichee di cosa è buono e cosa è cattivo. La risposta, la noiosa risposta, temo, è ancora una volta: dipende.

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5 commenti su “I fatti distinguibili dalle opinioni

  1. Lowresolution

    Separare i fatti dalle opinioni non è il problema. Il problema è dire la verità, anche quando va contro le proprie opinioni.
    Poi, come dice Greenwald, sulla base dei fatti ciascuno combatte le proprie battaglie, o meglio sceglie quali battaglie combattere. Ma la verità e la completezza dell’informazione, senza reticenze e manipolazioni dovrebbe venire prima di tutto per un giornalista.

  2. mememito

    A me invece ha colpito la parte finale dello scambio, e la distinzione (implicita, forse?) tra una stampa partisan (sia nel senso di dichiaratamente schierata che focalizzata ad una parte dell’opinione pubblica) e una che cerca di (ri-)costruire una comprensione dei fatti comune, sulla base di un’interpretazione dei “fatti” che possa costituire un punto di mediazione tra le distanti posizioni della politica (quella si partisan) statunitense … a me pare questo il punto di svolta del pezzo … e lo vedo molto rilevante anche nel contesto europeo (e vieppiu’ italiano) …. se la veritá ci elude e se l’interpretazione dei fatti é quindi naturale e inevitabile, la domanda, almeno per me, rimane: a che scopo?

  3. Raffaele Birlini

    Noi non abbiamo il concetto di unfair. Noi abbiamo piuttosto il tirare a campare, il farsi furbi, il farla franca. La correttezza professionale è molto importante nella cultura anglosassone e nel caso specifico riguarda il rapporto tra una ‘firma’, ovvero un autorevole itermediario con la realtà per il lettore che non ha tempo voglia capacità di approfondire da solo le questioni che gli interessano. La firma da noi è un suggeritore pagato da una parte politica per fornire spiegazioni utili a restare arroccati nei propri castelli idelogici. La stessa scelta dei fatti esprime un’opinione schierata, l’inquadratura da sotto, la domanda urlata per strada, ci sono mille modi di approfittarsi dei fatti per esprimere un’opinione. La scelta di intervistare questo o quel personaggio a proposito di un fatto significa costruire un’opinione pubblica al posto di informare ‘onestamente’ il pubblico. L’onestà nel riportare i fatti è strettamente legata all’indipendenza politica. Le opinioni sono legittime quando esiste la possibile di averne di diverse riguardo a un fatto controverso, mentre da noi esiste quasi sempre una sola opinione legittima, giusta, buona, corretta, e tutte le altre opinioni vengono considerate divertenti tentativi di smontare l’unica vera opinione legittima. Ovviamente non parliamo di opinioni diverse che non possono convivere su fatti conclamati, numeri, accadimenti di cronaca da riportare fedelmente, ma di opinioni su fatti in quanto notizie che suscitano un dibattito, una dialettica che in usa viene insegnata a scuola e in italia viene condotta in modalità tifoseria, tra l’altro in scontri interni alla stessa parte politica dal momento che non abbiamo una destra liberale di stampo anglossasone in italia ma solo diversi tipi di sinistra. Il richiamo a non inquinare i fatti per sostenere le opinioni nel contesto americano è un appello principio di fair-unfair, lo stesso principio richiamato per criticare le ricerche scientifiche pagate dall’industria del tabacco per sostenere che il fumo non fa male o dalle industtrie petrolifere per sostenere che il clima non sta cambiando. In italia non ha senso perché il principio fair-unfair è che se sei onesto e corretto quando tutti gli altri attorno a te non lo sono è perché sei un fesso che verrà sempre fatto fesso. Un discorso di mentalità italiana che è purtroppo noto a tutti da moltissimo tempo e che rende ogni opinione non uno strumento per capire ma un’arma per avere ragione, se i fatti ci danno torto allora li cambiamo li raccontiamo male li stravolgiamo li insabbiamo li interpretiamo diversamente li contestiamo li ricopriamo di sospetto li c

  4. Fagal

    Francamente, per quanto concerne l’informazione attraverso la stampa (on line o cartacea, anche nel proseguio nel faccio differenza) trovo la disquisizione molto arcaica, al massimo “ante CNN”. Mi pare evidente che il “giornale”, come organo informativo, ha una sua vita futura solo se sviluppa opinioni, cioé elaborazioni interpretative dei fatti, che vengano ritenute apprezzabili da un certo numero di lettori. La differenza la fa il pluralismo di fonti di interpretazioni, che possono essere confrontate. Tant’è che un giornale viene percepito come “partisan” quando esprime opinioni dello stesso tipo in relazione a determinati fatti. Ma questo sono valutazioni a valle, per il lettore. L’analisi dei fatti può interessare a monte: cioé nel momento in cui io giornalista/giornale formo il commento, esprimo un’opinione su un fatto. Per intenderci. LSofri sul blog ha periodicamente pubblicato “notizie che non lo erano”, cioé non esistavano i fatti che erano alla base della comunicazione. Ma senza tale intervento, nessun lettore avrebbe fatto caso alla falsità del fatto, perché il lettore vive di opinione, non di fatti. Per cui il lettore può solo accogliere/respingere le opinioni, non può disquisire sul fatto (a meno che non ne abbia cognizione). Ho fatto poi la premessa della discussione che trovavo “fuori dalla storia” per questo motivo. I fatti, oggigiorno, vengono per lo più veicolati dalle immagini, più che dalla scrittura. Per la semplice ragione che l’osservatore ha con questo mezzo una percezione del fatto diretta (poi si può discutere di cosa e come viene mostrato). Difficilmente si cercano “fatti” attraverso i giornali….

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