Vivere e convivere, non sarebbe male

Scrivo un post un po’ alla Scalfari, “cose che ho letto, cose che ho pensato”, perdonate l’abbondanza di prime persone singolari. Sabato ho letto un articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio (online solo per abbonati), doppiamente interessante per me. L’interesse più piccolo, una specie di hobby, ce l’ho da anni per gli andamenti psicopolitici di Ferrara e del Foglio, spesso molto trasparenti e quindi facili da notare per i presuntuosi psicanalisti da bar come me. È un periodo che – complice Trump e altri fattori – questi andamenti stanno mostrando una cospicua revisione di posizioni prese negli anni passati, o almeno uno spostamento terzista della schizofrenica inclinazione politica del fondatore (dove schizofrenica è un complimento), che ora si esplicita nella recensione da parte di Ferrara di un articolo spagnolo di grande moderazione, conciliazione, e persino “buonismo”, recensione presentata così:

E poi dice che uno si butta a sinistra. In questo tempo di imposture e impostori bisogna farlo, e mi spiace per i miei amici dell’associazione ex combattenti berlusconiani, benemerita.

Questo giornale, comunque si sia indirizzato nel tempo della sua lunga giovinezza, è stato una palestra di boxe. E ora tira pugni ancora meglio di un tempo contro i ragionieri delle manette e altri caini ripugnanti. E io sono in effetti un energumeno, dei boxeur quello che ha sempre voluto essere il più odioso. Ma anche noi stronzi abbiamo un cuore di carne. Lo sapete.

Poi c’è l’articolo recensito, secondo e più importante motivo di interesse, che nella descrizione di Ferrara mi ha convinto abbastanza a fermarmi in libreria e comprare la rivista del Mulino, che costa 15 euro (l’ho scoperto al momento di pagarla, l’articolo da solo online era a soli 4,99, ma ormai avevo fatto la figura col commesso di quello che compra la rivista del Mulino e non mi sono sentito di dire “ah, non importa”). L’autore è un professore spagnolo di sociologia e scienze politiche, che si chiama Victor Pérez-Díaz e ha quasi ottant’anni, e l’articolo è riferito alla società e politica spagnole, ma le arie che tirano in mezzo mondo lo rendono adattabile anche all’Italia, per esempio. Pérez-Díaz cerca di riflettere su come se ne esce, dalla deriva “populista” (mi adatto al termine sbrigativo, chiedo scusa, è per capirsi e non rifare ogni volta tutta l’analisi) dei nostri paesi, e alla contrapposizione ostile tra i due establishment protagonisti della scena, ovvero gli establishment tradizionali e gli anti establishment. La riflessione è importante già perché prova a fare delle proposte, cosa non molto frequente, come dicevamo qui. Ma il suo interesse sta soprattutto nel fatto che ha un approccio assai diverso rispetto a quel mio post (che in sostanza suggeriva di fare di necessità virtù) e molto più ottimista e fiducioso nelle forze e nelle persone che non sono coinvolte nella polarizzazione dello scontro politico e di tutto il resto. Dovessi anticiparlo brevemente e bruscamente scriverei che Pérez-Díaz dice: la maggior parte delle persone non vuole litigare per averla vinta sugli altri, ma vuole vivere, e convivere con gli altri; queste persone e questa inclinazione possono essere la forza di un movimento di opposizione allo scontro per il potere che occupa la scena, a patto che l’inclinazione stessa ne diventi il metodo, investendo su collaborazione e obiettivi comuni che prevalgano sugli specifici orientamenti politico/ideologici, e investendo su un’idea di comunità e speranze simili che conti più della volontà di prevalere. E mettendo in conto che per affrontare questioni di così grande portata ed estensioni ci vuole tempo.

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Vi dirò perché l’articolo di Pérez-Díaz è in particolare interessante, per me: è perché ha un approccio simile a quello di un libro che ho scritto una vita fa, sette anni fa (questo è il momento più Scalfari del post), in cui cercavo di mettere in ordine una serie di pensieri rispetto alle possibilità dei “buoni” di migliorare l’Italia (farla diventare Un grande paese) in un momento storico che sembrava offrirne le opportunità, a patto che cominciassero subito a lavorarci e mettessero in conto che ci sarebbero voluti vent’anni. Soltanto che a me in questi sette anni è sembrato che non solo non abbiamo fatto grandi passi avanti, ma siamo stati invece travolti da un mondo che è andato dalla parte opposta, travolgendo quelle opportunità apparenti e mettendo al centro della nostra discussione non più il progresso ma la resistenza al regresso. Da qui – ma mi raccomando non ci mescoliamo a quelli che del “resistere” fanno una sterile e autocompiaciuta professione, fine a se stessa e senza prospettive – una mia recente inclinazione a cercare di capire come ripartire da dieci caselle indietro rispetto a quella in cui mi sembrava ci trovassimo allora, e con letture conseguenti e realistiche della mutata situazione.
Pérez-Díaz, invece, dà ancora una chance a quegli approcci, anche da dieci caselle indietro, ammettendone lui stesso la possibile ingenuità.

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Naturalmente a una simile proposta è facile opporre un realismo cinico assai diffuso e che a sua volta è una parte del quadro a cui questi pensieri cercano di opporsi: e dire “non ci riusciremo mai”. Ma infatti la proposta di Pérez-Díaz è rivoluzionaria – “la conversazione ragionevole e l’amicizia civica”, figuriamoci – ed è probabilmente di cose rivoluzionarie che c’è bisogno. E Pérez-Díaz non è del tutto ingenuo e astratto, in questo, anzi: arrivando a suggerire che proprio perché rivoluzionario e innovativo il suo progetto possa persino diventare “in” sui social network (e qui mostra anche di essere capace di prendere le misure al contesto mutato e di cercare di sfruttarne i meccanismi a fin di bene, come dicevamo). Inoltre, dice una cosa sempre valida per molti: anche se gli obiettivi sembrano irraggiungibili, ci si prova, e ci si avvicina. Avere dei modelli è sempre il primo passo. Anzi, il passo ancora prima, è scambiarsi delle idee: se vi interessano queste cose e pensieri e volete leggerlo tutto (è molto meglio del mio riassunto e pezzetti), 4 euro e 99, qui.

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