Webnotizie (una rubrica per il Foglio)

Pare che negli Stati Uniti la prossima vittima dello sboom della new economy sarà il caffellatte, il “latte”, come lo chiamano gli americani. Divenuto di moda da qualche anno, col concorso della grande catena di coffee bar Starbucks, ha dato il nome alla latte élite, classe sociale nata dal mondo della moda, la fotografia e il design (in Glamorama di Easton Ellis si beve sempre o latte o Cosmopolitan), e poi rimpolpata dagli assetati delle nuove tecnologie. E per cui il cerimoniale dei leziosi bar Starbucks, della tazza di polistirolo fumante tra le mani per strada, dei nomi italiani (“latte”, “macchiato”, “mochaccino”, “un dop-pee-oh espresso”, eccetera) è diventato un misto di piacere fisico e status symbol non alla portata di tutti: le bevande di Starbucks hanno prezzi che raggiungono e superano i 5 dollari. Adesso, con i licenziamenti, le cinghie da stringere, i tempi duri, molti transfughi della latte élite dicono di aver bisogno della caffeina pura e ruvida e di tenersi stretti i dollari in tasca.

Bill Bass è vicepresidente di Lands’ End, la grande e proficua società di vendite per catalogo americana, che da cinque anni ha allargato il suo business anche a internet. Con ottimi risultati, quelli di chi aveva già una struttura solida e funzionante per la distribuzione. Nel suo ufficio gremito di giocattoli e gadgets di ogni genere, Bass disegna su una lavagna le cose di cui si è convinto facendo il suo lavoro. “Ci vogliono tre cose per fare e-commerce: infrastruttura, brand e prodotti propri. Si può partire da due per ottenere la terza, ma senza almeno due non si fanno affari”. Secondo questo modo di vedere, per esempio, Lands’ End funziona negli Stati Uniti perché ha tutte e tre le cose, funzionerà in Italia (dove ha appena aperto un sito) se il brand diverrà riconoscibile. E Amazon sopravviverà solo se saprà sfruttare formidabilmente brand e infrastruttura, da che non vende prodotti propri.

Amazon ha un problema di comunicazione, tra gli altri. Il licenziamento di 1300 persone è una pessima notizia per ciascuna di loro. Ma per la società è un’ottima e confortante mossa. Non significa, come viene da pensare, che manchino i soldi per pagarli e che le cose si complichino. Ma che la struttura si è perfezionata abbastanza da poter funzionare con due centri in meno, e che Amazon sta lavorando sulla riduzione dei costi, come analisti e investitori chiedevano.

Due pagine, stampate da internet. Una è un articolo del sito IT Analysis a proposito degli ebooks, i libri elettronici. Il titolo è “Prepariamoci al flop editoriale del millennio”. I supporti portatili annunciati per la lettura dei libri elettronici non decollino e non decolleranno e la lettura sullo schermo dei PC non sarà mai lontanamente competitiva con quella sulla carta, dice un’indagine di Forrester Research: il potenziale del web non può essere ignorato dagli editori, ma cosa farne rimane un mistero.

L’altra pagina è una notizia riportata da Repubblica: una ricerca di Accenture sostiene che entro il 2005 l’ebook “potrebbe” coprire il 10% delle vendite totali. Quando le certezze vacillano ma le promesse impellono, il ritorno al condizionale è un bel segno di lungimiranza.

L’intervista a Manuel Castells su Repubblica era molto bella, e Federico Rampini, che l’ha fatta, è stato proprio bravo. Ci vuole un certo discernimento, con i luoghi comuni che corrono, ad ospitare giudizi come “Le élite culturali tendono a rigettare ciò che ignorano. La comunicazione globale, orizzontale e interattiva minaccia il loro status e la loro funzione come produttori di messaggi culturali”, e “Chi usa internet è socialmente più inserito di chi non lo fa: non solo è collegato elettronicamente, ma ha anche relazioni personali più ricche”. Altrettanto equilibrato un commento del Wall Street Journal. “In effetti, il coro di derisione per il settore tecnologico a volte è sopra le righe quanto lo sproporzionato entusiasmo iniziale. Adesso, invece di essere la fonte di ogni bene e luce, l’economia del web è data con un piede nella fossa”.

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