Mulholland Peaks

Quelli molto intelligenti no, ma gli altri dovranno pensarci per un pezzo, dopo i titoli di coda e prima di addormentarsi, prima di capire Mulholland Drive. Prima di capire qualcosa. Forse dovranno vederlo una seconda volta, se hanno il fegato. Quelli furbi si saranno preparati prima, avranno letto qualche recensione, forse questa. Ognuno uscirà avendo un filo, un brandello di bandolo, un’intuizione. Ai reduci da una sequela recente e defatigante di storie di sdoppiamento girerà la testa: A Beautiful Mind, Vanilla Sky, I vestiti nuovi dell’imperatore, sono storie iperconcrete, al confronto.

Prendete Twin peaks, intanto. Prendete quell’atmosfera misteriosa e avvolgente delle prime due puntate che poi si gonfiava in un incubo circense incontrollabile, di nani, chiome sbiancate, sogni indecifrabili. C’è tutta, e di più. Mulholland Drive era nato come film per la tv, poi bocciato e recuperato da una produzione francese: e si vede, nei primi piani, nelle luci, un piccolo schermo esteso. Po c’è il nano di Twin Peaks, ci sono le visioni, c’è una storia che all’improvviso si rovescia in se stessa, ci sono personaggi e momenti apparentemente del tutto estranei che si ricongiungono e altri che restano estranei. C’è un passaggio della trama che imita l’episodio del Padrino che culminava con la testa di cavallo, l’offerta che non si poteva rifiutare. Un’allusione alla Donna che visse due volte, una mora che diventa bionda nel bel mezzo di un noir, e una a Bergman in una scena erotica che salta fuori come la sorpresa dell’uovo di Pasqua. Ci sono lenti e straordinari intermezzi aerei di Hollywood – che è la protagonista del film, e la sua mitologia è rappresentata in ogni scena – e che forse per caso o forse no sono identici a quelli usati da Marco Bechis in Garage Olimpo, se ve li ricordate. C’è Angelo Badalamenti l’autore delle musiche, e di quelle di Twin Peaks che interpreta il boss che beve il caffè. E Diane, il personaggio centrale del film, era il nome della segretaria invisibile a cui l’investigatore Dale Cooper di Twin Peaks dettava i suoi messaggi. E poi ci sono le due ragazze Mulholland Drive è un film di donne – che si moltiplicano e sovrappongono, diventano una, diventano tre, ogni bionda che appare sullo schermo pare la stessa e poi si svela, ma solo un po’. Le cose vere sembrano sogni, i sogni sembrano cose vere, e tutto è avvolto in una sindone lynchiana dall’inizio alla fine: scordatevi la pausa di “Una storia vera”, o meglio ricordatevi solo quel formidabile inizio di fronde mosse dal vento, zoommata, colpi sordi, mistero. Quello che è più nuovo, forse, in Mulholland Drive, è la successione di inattese scene comiche, esilaranti. Non ha paura di ricordare Pulp Fiction, e di superarlo, Lynch; né di autoritrarsi nel regista interpretato da Justin Theroux. Vi sveglierete, la mattina dopo, pensando di aver fatto un sogno, di cui ricordate pezzi e personaggi, ma altro vi manca, e a un certo punto qualcosa si interrompe. E poi si interrompe di nuovo. Oppure no. Ci sono dei buchi? Lynch, quando si addormenta la sera, non chiude gli occhi: chiama una dissolvenza al nero.

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