Noi nel mezzo

Da bambini, litigavamo così: io conducevo alla vittoria le mie ragioni con supponenza, sarcasmo e ironie nei confronti delle sconfitte di mio fratello piccolo (a Subbuteo, per esempio). Mio fratello piccolo si incazzava, e mi menava. Che il confronto italiano e internazionale tra sinistra e destra si attui sui medesimi meccanismi è piuttosto rassicurante.

Prevalgono le posizioni estreme e di rapido conflitto. Pare che ci siano in giro solo fanatici guerrafondai o tronfi antiamericani che a loro volta esagitano i fanatici guerrafondai e così via. “E cosa c’entriamo noi nel mezzo?”, chiedeva Linus Van Pelt sollevando lo sguardo dalla Bibbia dove era scritto “piove sui giusti e sugli iniqui”. L’undici settembre non ha generato l’antiamericanismo istupidito di cui si lamenta il direttore del Foglio e non ha scatenato la voglia di menar le mani dei fratelli minori mondiali. C’erano tutti e due da prima, e bin Laden si è limitato a toglier loro la museruola. Ha invece dischiuso una sinistra nuova e ripensatrice: si tratta di un semplice spostamento a destra o di una moderna emancipazione dalle sue rigidità storiche? I sintomi più vistosi sono: l’abbandono del pacifismo ideologico e una nuova disposizione a contemplare l’uso della forza; la revisione del relativismo culturale e l’outing sulla superiorità della società occidentale; la rimozione di molti lacci del politically correct più vuoto. Questa via di cose era partita già dalla Bosnia, dove in molti ci eravamo messi in testa che quando sparano agli indifesi bisogna chiamare la polizia, e che la polizia deve essere armata. E che se non esistono i buoni, ci sono però i cattivi. Poi c’è stato l’undici: Adam Shatz scrive su The Nation che un anno fa, mentre guardava le torri in fiamme dal suo appartamento di Brooklyn, aveva in mente due cose, “che il governo americano – il mio governo  doveva reagire, e che per quanto potessi temere che la reazione fosse sproporzionata, non sarei andato a nessuna manifestazione pacifista, non per ora”. In Italia a questa crescita ha dato un contributo il noto articolo di Oriana Fallaci. Pur suscitando reazioni di legittimo disprezzo per la mediocrità delle elaborazioni e la demagogia spicciola, ha buttato giù a spallate una porta che poi non è più stata rincardinata. Ormai passano gli spifferi. Il suo è stato un mercanteggiamento da suk con il politically correct: ha alzato il prezzo smodatamente ed è riuscita ad andarsene con una sommetta. Si è portata via due o tre tabù anche da quelli che pensano di averla respinta, in cuor loro. Oggi pensare che c’è qualcosa che non ci piace nelle società islamiche e che preferiamo le nostre è più facile (non solo per via della Fallaci, troppa grazia). Il problema, in Italia, è che qui non se ne parla: per pavidità o per incertezza, sulle ragioni dell’America le persone di sinistra non scrivono ancora le cose che da un anno hanno invece cominciato a circolare sulle ragioni di Israele. Mentre Thomas Friedman, che non ama Bush, sul New York Times della settimana scorsa, spiegava ai ragazzi delle scuole che noi “siamo i buoni”.

Dall’undici settembre, insomma, c’è una sinistra che si è disposta a fare i conti con un nemico senza aderire all’aggressività di ispirazione suprema della destra. Piena di dubbi, ripensamenti, e riluttanza a prendere posizione per forza, da una parte o dall’altra (certo, ci sono quelli che hanno guadagnato fieri le posizioni della parte avversa: Christopher Hitchens, o alcuni commentatori del Foglio; il livore per gli integralisti di sinistra vi gioca però una grossa parte, assieme all’indisposizione alla moderazione e al dubbio). Il terzomondismo, su cui si sono riconvertiti molti orfani vecchi e giovani del comunismo, è stato rivisto. Il nemico dell’imperialismo americano stavolta non è amico nostro, anzi dei valori della sinistra non gliene frega niente: “non ho mai considerato i russi, i cubani, i sandinisti, l’OLP, dei nemici. Al Qaeda è un’altra cosa”, scrive Shatz. “Penso che chiunque abbia sostenuto una cieca causa unitaria del Terzo Mondo dovrà ripensarci”, dice Robin Kelley, che insegna Studi Africani alla New York University. Parlo per me: ebbi paura come molti del famoso inverno afghano ed ebbi torto. Il discorso di Bush al Congresso, un anno fa, fu imprevedibilmente all’altezza. Ma oggi le ragioni plausibili dell’abbattimento di Saddam non sono accompagnate da un analogo impegno nel fare meno danni possibili, nel portare la democrazia in Arabia Saudita e Pakistan, nel lavorare per la pace tra israeliani e palestinesi. Dice: la guerra. Forse, parliamone. Ma solo la guerra? E condotta come? La parola “guerra” sembra esaurire ogni discussione, pensiero, progetto, responsabilità, da entrambe le parti. E non c’è lo stesso fanatismo ideologico nel voler mettere in ordine il mondo con le buone o con le cattive? Mettere ogni volta le pezze giuste al disordine è l’alternativa a ogni visione manichea dell’ordine mondiale, e potrebbe fare da guida al “mare dell’incertezza”. Intanto che gli altri si menano.

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