“Chi diavolo è questo ragazzo e come ha fatto a sapere tutte queste cose di noi?”. Conor Oberst ha 22 anni e da due anni spinge a domande come questa i giornalisti musicali americani. I Bright Eyes sono lui, e certi amici che tira dentro di volta in volta. “Un Tom Waits che ha ingoiato una Fisherman”, ha scritto un altro. Una volta è venuto a Milano ad aprire il concerto di una band più famosa, e quando ha finito il suo turno non lo volevano mandare più via. Questo è il suo quinto disco – a ventidue anni, appunto – malinconico e strillato come sempre, ma più arrangiato e vario delle sue precedenti lamentele monocordi e incessanti. “Non ripeto i ritornelli; con tutte le cose che ho da dire, non posso permettermelo”. Non sfonderà mai.
***