Parliamone

Regole per una crescita proficua della discussione sulla guerra.
Regola numero uno.
 Non cercare di confutare gli argomenti – dell’una o dell’altra parte – che appaiano particolarmente infondati, assurdi e fuorvianti. Perché i casi sono due: o non li hai capiti – e allora confutando cose che non hai capito fai la figura del cretino – oppure sono infondati, assurdi e fuorvianti. Questo può avvenire perché chi li sostiene pensa che tu sia stupido, e allora andasse a quel paese, oppure perché non ci ha pensato abbastanza da solo: ma qui si discute di farla crescere, la discussione, non di farla nascere. Ritorni, l’argomentatore, quando abbia capito da solo le seguenti: che il fatto che la guerra sia fatta o no anche per il petrolio non significa di per sé che non possa avere motivi condivisibili anche da chi va in bicicletta; che la Corea è un paese diverso, in un contesto geografico e diplomatico diverso; che figuriamoci la Cina: che le risoluzioni dell’ONU nei confronti di Israele non prevedono si usi la forza per farle rispettare; che non risulta che Saddam abbia a che fare con gli attentati all’antrace dell’anno scorso; che l’Afghanistan è un paese diverso dall’Iraq, e che le ragioni di quell’intervento erano spiegate in modo completamente diverso da quelle dell’attacco all’Iraq; che figuriamoci il Kossovo; che in generale, le cose sono diverse tra loro, compresa la Germania nazista e l’Iraq di Saddam; che non tutte le guerre sono uguali, e quindi aver votato sì al Kossovo e no all’Iraq si spiega assai semplicemente; che gli americani non sono dei coglioni maneschi (non più di noi, almeno); che il governo americano e il popolo americano sono la stessa cosa (si chiama democrazia); che i governi e i servizi segreti e le amministrazioni, comprese quelle americane, non sono infallibili, anzi. Eccetera.
Regola numero due. Non discutere con chi viola la regola numero uno. Chi insiste con passione nel voler confutare gli argomenti più confutabili e le stupidaggini dell’una e dell’altra parte, lo fa nella maggior parte dei casi per viltà e per mancanza di argomenti – è assai più facile, infatti – oppure perché gli interessa segnare un punto su qualcuno con cui ha delle liti di condominio. Pretendere di dimostrare che la guerra è giusta con l’argomento che ci sono dei pacifisti filoiracheni o antisemiti, oppure che è sbagliata perché ci sono degli interventisti cinici, interessati ed incoscienti, non è molto utile alla crescita della discussione. Lasciar perdere.
Regola numero tre. Non avere delle certezze. Non ce ne sono, da un certo punto in là. Che la guerra non scatenerà pericoli maggiori è indimostrabile. Altrettanto indimostrabile è che risparmiare le bombe al regime di Saddam non porterà al mondo – e all’Iraq – guai maggiori. 
Regola numero quattro. Non discutere con chi viola la regola numero tre. Chi ha delle certezze è un pazzo, o un veggente: e a discutere con i veggenti si rischia di fare la medesima figura già citata.
Regola numero cinque. Definizione del campo di discussione. Una volta esclusi gli argomenti più implausibili, e in assenza delle certezze bianche o nere, per chi abbia interesse in una comprensione sincera di motivi o controindicazioni a favore dell’una o per l’altra scelta (stiamo parlando di discutere e capire, si sa che chi deve decidere poi prende dei rischi e sceglie, ma è meglio che prima abbia capito più cose possibili) esiste una zona grigia di dubbio e sfumature tra le seguenti due posizioni, occupabile dalle persone ragionevoli: la prima dice che ci sono fondati motivi per pensare che la permanenza al potere di Saddam comporti dei pericoli troppo alti per non intervenire subito, a costo dei rischi e delle conseguenze – in gran parte inimmaginabili – che questo intervento avrà; la seconda dice che rischi e conseguenze – in gran parte inimmaginabili – di un intervento appaiono così spaventosi da rendere troppo rischioso un intervento armato contro l’Iraq per scongiurare i pericoli per quanto gravissimi portati al mondo e all’Iraq stesso dal regime di Saddam. In mezzo tra queste due posizioni, esse comprese, sta la discussione.

Regola numero sei. Esclusione – in questa zona grigia di discussione – di due argomenti propri di ciascuna delle due posizioni – e simmetrici – perché inconfutabili a priori. Da una parte, chi è a favore dell’intervento, potrebbe sostenere lecitamente che dei due scenari di grande rischio e pericolo per il mondo, l’unico certo è quello presente, in assenza di un abbattimento di Saddam: cioè che mentre quello conseguente a un attacco, è per forza di cose da dimostrare, quello presente – in misura da discutere – è dimostrato. Dall’altra, per contro, chi è contro l’intervento potrebbe sostenere che la drammmaticità dell’attuale condizione – per quanto imprevedibile esattamente nei suoi sviluppi – è oggi analizzabile e in gran parte chiara, mentre quel che potrà essere con l’introduzione di una incognita della dimensione rivoluzionaria di una guerra, è definibile solo con approssimazioni enormi. Chi lascia la via vecchia eccetera. Entrambe le cose sono vere, ma non contrapponibili, come mele e arance.
E adesso, uomini di buona volontà, parliamone.

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