Amud Rishon

Eilat. È a Eilat che andranno almeno 50 mila israeliani se comincia l’attacco americano all’Iraq. Lo raccontava Karby legget sul Wall Street Journal di ieri. Già ai tempi della guerra del Golfo, ne arrivarono quasi altrettanti, attratti dall’unicità della città israeliana. Primo, è la città israeliana più lontana dall’Iraq, imbriccata in fondo all’aculeo meridionale del paese, quello che si allunga fino al golfo di Aqaba. Secondo: è a pochissimi chilometri dal confine con l’Egitto e da quello con la Giordania, e a un tiro di schioppo dall’Arabia Saudita. Non il posto più adatto su cui dirigere i missili, se Saddam decide di prendersela con Israele. Lo stesso Iraq riceve merci dal vicino porto di Aqaba, in Giordania. Terzo: ci sono grossi investimenti arabi, nelle città vicine, e in tutta questa intifada non si è visto a Eilat un solo atto di terrorismo. Quarto: ci sono alberghi e ricettività turistiche adeguate, anche se un esodo di queste dimensioni potrebbe amndare la città in crisi, come avvenne dodici anni fa, e le autorità si stanno preparando.
La radio israeliana, ieri mattina, ha annunciato che un primo gruppo di riservisti è stato richiamato dall’esercito all’indomani dell’ultimatum di Bush. E che il ministro della Difesa, Shaul Mofaz, ha chiesto agli israeliani di stare tranquilli e non preparare le maschere antigas, per il momento, ma solo una “camera sigillata” in ogni casa contro gli attacchi con i gas, anche se Mofaz ha detto di credere che non ce ne sarà bisogno e ha ripetuto che Israele non è coinvolta nella guerra. Ma in una chat con i lettori sul sito del quotidiano Maariv, Mofaz ha anche scritto che “questa volta se Israele sarà attaccata, risponderà”. “Considerata oggi, la cautela del 1991 ha limitato il nostro potere deterrente”. Yediot scrive di forti pressioni preliminari degli Stati Uniti perché Israele non rsiponda in nessun modo a un eventuale attacco. Lo stesso articolo cita i paesi che hanno chiesto ai loro cittadini e diplomatici di lasciare Israele, e con qualche apprezzamento segnala che la Germania ha invece detto al personale della sua ambasciata di restare. Alex Fishman, su Yediot, consiglia ai lettori di prepararsi affidandosi al proprio buon senso, che non è inferiore a quello dei generali e dei ministri. È molto improbabile che Saddam attacchi Israele subito, sostiene Fishman. Nel caso che decidesse di attaccare dopo una settimana di guerra, è molto difficile che l’Iraq abbia inattesi mezzi per colpire Israele, a questo punto. E la Difesa israeliana ormai è preparata e ha studiato le contromisure.
Le istruzioni dell’IDF ai cittadini, spiega Haaretz, sono di “prepararsi a sigillare le stanze e raccogliere rifornimenti e provviste per la zona protetta. Non aprite i kit di difesa senza esplicite istruzioni”. Tra le cose di cui fornirsi ci sono: teli plastici e nastro isolante, cibo ermeticamente sigillato in contenitori di vetro o metallo, almeno un litrop d’acqua a testa, una torcia elettrica, batterie di riserva, una radio, un ventilatore ed effetti pesronali raccolti in piccoli sacchetti, in caso sia necessaria l’evacuazione delle case. Channel Two, un canale televisivo, ha calcolato il costo di tali provviste in 637 Shekel.
Tutti i giornali non nascondono che l’atteggiamento degli israeliani nei confronti della guerra è diverso da quello degli altri occidentali, prevalentemente pacifisti. Anche nei confronti delle vittime, con quello che si vive in israele, la sensibilità è diversa, scrive Hemi Shalev su Maariv. E se l’editoriale di Haaretz, il quotidiano della sinistra liberal, si avventura in un auspicio che Saddam disarmi senza l’uso della forza, non può non sottolineare che “il sostegno iracheno alle peggiori organizzazioni terroristiche palestinesi e agli attentatori suicidi è ben noto”.
La questione della risposta a un’eventuale attacco irachena è trattata anche in un commento di Moshe Arens su Haaretz. Arens ricorda I 39 scuds che colpirono Israele nel 1991, “la prima volta che il paese porse l’altra guancia”. Fu un colpo alla deterrenza, o un atto di grande saggezza politica? Arens non dà una risposta conclusive: all’inizio fu giusto, poi si capì che un attacco all’Iraq da Occidente poteva essere portato. E oggi che le cose sono molto diverse, e soprattutto le capacità difensive irachene, dare un altro colpo alla deterrenza israeliana, al messaggio “Non scherzate con Israele”, sarebbe un errore. Le cose sono cambiate.

(Amud Rishon significa Prima pagina, in ebraico)

Altre cose: