It makes me sad

“His body was found by his girlfriend at their home in the Silver Lake section of the city, with a single stab wound that was apparently self-inflicted, according to The Associated Press, which quoted the coroner’s office”

Si è ucciso. Che cosa terribilmente prevedibile per un giovane cantautore romantico e dolce, introverso e stimato da tutti, lontano dal grande successo. La banalità del male. Quando tre anni fa finì a suonare per quattro minuti abbondanti davanti ai milioni di telespettatori del David Letterman Show, Elliott Smith non sembrava emozionato. Col suo gruppo e il berretto ben calato sulla testa cantò Stupidity Tries, e si sarà sentito un po’ fuori luogo, ma emozionato no. Si sentiva sempre un po’ fuori luogo, Smith, ma aveva smesso di preoccuparsene a ventisette anni, quando si trovò, più sconosciuto del barista dell’Academy, sul palco degli Oscar a Hollywood per suonare Miss Misery: c’erano un miliardo di persone a guardarlo, sparse per il pianeta, ma forse ne approfittarono per andare in bagno, prendere qualcosa dal frigo, o cambiare canale. Lui suonò due minuti e undici secondi, infilato in un abito bianco che non riusciva a togliergli di dosso quell’aria del tutto anonima e passeggera, persa nel luccichio lasciato dalla precedente esibizione di Celine Dion: “fu abbastanza buffo, nessuno di tutti quelli che si trovavano lì era venuto per me”.
Eliott Smith aveva trentaquattro anni, ed era ritenuto dalla critica anglosassone il più grande tra i giovani cantautori americani (per i francesi di Inrockuptibles alla pari con Beck). Il numero uno. Il suo ultimo disco, il quinto, tre anni fa aveva ricevuto solo critiche da eccellenti in su. Negli Stati Uniti era finalmente diventato un po’ famoso, interviste televisive e tutto quanto, ma malgrado il diluvio di complimenti e riconoscimenti lui si sentiva sempre allo stesso modo. Fuori luogo. “Non corrispondo a nessuna idea di quello che dovrei essere”.

A tutti i giornalisti che facevano a gara per intervistarlo saltava agli occhi la sua modestia nell’aspetto, in come si vestiva e si presentava. Uno se lo vide arrivare all’appuntamento con il sacco del bucato da lavare e dovette accompagnarlo a una lavanderia a gettone: “quando mi è sbucato davanti sono stato tentato di dargli mezzo dollaro”. Un altro lo scambiò per un inserviente venuto in redazione ad aggiustare tubi, o qualcos’altro. Addosso aveva di volta in volta t-shirt scolorite – anche due una sopra l’altra – felpe slabbrate, jeans strappati, pantaloni di velluto a coste lisi, vecchie scarpe da tennis. Un viso non bello, segnato, e una frangetta scomposta sulla fronte. Era il più grande tra i giovani cantautori americani.
“Se lo chiamate ‘scrivere’ canzoni, sembra una cosa di concentrazione calcolata e applicata: io non so fare musica così, non so sedermi e scrivere una canzone, vado dietro a delle impressioni, cose di un minuto”.

Eliott Smith – che cognome poteva avere uno invisibile così? – cominciò a suonare una chitarra e un pianoforte che aveva a tredici anni, ma diceva di leggere la musica con una certa difficoltà. A vent’anni aveva un gruppo punk rock di scarsissima notorietà, Heatmiser, che si sciolse presto. Allora fece un disco da solo. Poi un altro. Vendite, scarse: ma lui non se ne preoccupò molto. Di Nick Drake, il cantautore talentuosissimo suicida giovane trent’anni prima, a cui molti avevano associato le sue canzoni, non possedeva certo il desiderio dei successi e dei riconoscimenti. Nel 1997 il regista Gus Van Sant gli chiese cinque canzoni per il film Good Will Hunting (Hunting, genio ribelle, da noi). Se gliene avesse chieste di più quella colonna sonora sarebbe stata un capolavoro: comunque Miss Misery ebbe la nomination all’Oscar come migliore canzone da un film. Vinse Céline Dion, ovviamente, ed Elliott ripose l’abito bianco, o forse lo riportò dove lo aveva affittato. Ma ora lo avevano notato, e sottolineando la tendenza all’intimismo e alla malinconia delle sue composizioni, la stampa lo ribattezzò Mister Misery (“Signor Tristezza”). Pubblicò altri due cd, che andarono benino, ma fece in fretta ad allontanarsi di nuovo dai riflettori. Fino al cd di tre anni fa, Figure 8, il capolavoro.
Ora – malgrado il disco non superasse la novantanovesima posizione in classifica – lo intervistavano continuamente: lui si stropicciava le mani, fumava, e guardava da un’altra parte mentre rispondeva, sempre imbarazzato. Ma rivendicava il suo imbarazzo: “in giro c’è troppa pressione sul culto del vincitore, del numero uno: se non mostri quella immagine di te, allora sei uno sfigato. E se ti lamenti del culto del successo, allora la gente pensa che tu stia esibendo il culto dell’emarginato, del ribelle”. Qualche anno prima lo avevano costretto per una settimana in un ospedale psichiatrico dell’Arizona, e non amava parlarne. “Li convinsi che stavo bene quando minacciai di fargli causa”.

Anche all’immagine di menestrello triste, Smith si ribellava: “le mie canzoni sono anche piene di spirito e di “vaffanculo”, che è un modo per essere ottimisti: ma la gente nota solo le cose tristi. E poi io vado matto per le canzoni allegre, ne ho scritte, no?”. Quanto ai temi dei suoi testi, oggetto di elogi e ammirazione, “è che in genere tutti cantano cose di cui non gli importa niente, quindi se arriva uno con qualcosa di un po’ più personale…”. Tra i suoi eroi c’erano Joe Strummer dei Clash e l’attore Harry Dean Stanton, “perché sembra una persona normale”.
Ma l’associazione immediata che si fa ascoltando le sue canzoni è quella con i Beatles, per lui più inevitabile che per i moltissimi altri che li hanno riecheggiati in questi anni. E lui non si tirava indietro. Sei anni fa disse che il cd che stava ascoltando di più era Magical Mistery Tour: “ma salto sempre un paio di pezzi, come Hello, Goodbye”. Che oggi pare una cosa strana: a un ragazzo che conosca Happiness, il pezzo numero dodici di Figure 8, Hello Goodbye pare una canzone di Elliott Smith, se non fosse per quel testo stupidino che a lui non passerebbe mai per la testa. Nel 1999, poi, cantò una canzone bellissima sui titoli di coda di American Beauty, film pluripremiato la stessa sera che lui si era trovato a passare di lì: la canzone era Because, dei Beatles. Da allora le sue canzoni, quelle sue, sono state utilizzate sempre più spesso in film e telefilm americani.

A cinque anni, gli era capitato per le mani il White Album (“ma mi piacevano anche i Kiss, allora”) di suo padre hippie, che se lo portava in giro per l’America: aveva
abitato a Omaha, Dallas, Portland, Brooklyn e Los Angeles.
Figure 8 si chiamò così per via della figura del pattinaggio, “un cerchio intrecciato, che puoi ripetere all’infinito, e sembra senza senso, non vai da nessuna parte. Ma è perché non ce n’è bisogno. Muovermi senza direzioni particolari, direi che mi piace, mentre non mi convince l’aspetto di ricerca di perfezione del disegno”. Volava basso, il più grande tra i giovani cantautori americani, antidivo fino all’ultimo accordo (“quando ne sai qualcuno, puoi fare tutte le canzoni che vuoi”): “e poi, spesso le mie canzoni non vogliono dire un bel niente”. Si è ucciso, l’altroieri, con un coltello.

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