Una pazza giornata di vacanza (con Fiorello)

La situazione è questa. Sono seduto in un angoletto di una stanza di tre metri per quattro, assieme a un’altra dozzina di persone. È quasi buio, c’è un gran baccano e ho delle cuffie senza fili in testa. Una ragazzina bionda con un aria esteuropea si dimena sopra un trabiccolo alla mia sinistra. Alla mia destra c’è un omino vestito di nero, con i baffi e la coppola in testa e uno sguardo vivo ma intento a qualcos’altro. Quello davanti a me, invece, alto e vestito di nero anche lui, è Fiorello. Sta urlando dentro le mie cuffie.

Tutto era cominciato molto più sobriamente, nell’atrio di un sontuoso albergo milanese, alcune ore prima. Quando vai a intervistare qualcuno, speri sempre che sia a casa sua, o mentre lavora, così hai più cose da raccontare. Lo spauracchio più temuto è la conversazione sui divanetti della hall di un albergo. Ed eccomi qua, intervista con Fiorello, appuntamento nella hall di un albergo: si mette un po’ così e così.
Fiorello – che come sapete voialtri che seguite tutto si chiama Fiorello di cognome, e qui lo chiamano tutti un po’ come capita e io alla fine non lo chiamo mai perché non so decidermi come – si sveglia alle sette di mattina anche se la sera prima ha fatto tardi con lo spettacolo. Passeranno le ore e al bar arriveranno i musicisti, gli autori, il regista, tutti quanti: tutti con l’aria dell’uomo di spettacolo che ha fatto tardi. Lui no. Certo, ha un’aria più stropicciata di quando lo vedi in televisione e pare che luccichi, ma non ha gli occhiali scuri e non si rovescia stremato sui divanetti. Sta qui, composto, di fronte a me, e comincia a raccontarmi di tutto, piuttosto vivacemente: tenendo d’occhio il banco del bar dove da un momento all’altro appariranno le prime pizzette. Per metà parla della sua vita, e per metà degli gli scherzi che continua a fare, soprattutto con il telefono. Gli piacciono da matti. Più di tutti quelli a Pippo Baudo. Me ne racconta diversi, che sono vincolato a non rivelare perché certi Pippo Baudo non ha ancora capito che era lui. Credo che la deontologia professionale mi tuteli dallo svelarli anche di fronte a un magistrato.

Fiorello, da anni, abita a Roma con Susanna e la figlia di Susanna che è come figlia sua. La prima parte della nostra conversazione è surreale. Per qualche misterioso riguardo, Fiorello si è convinto che io sia un giornalista “serio”. Quindi ritiene di interrompersi ogni tanto per spiegarmi cosa sia il Karaoke, chi sia Gattuso, o chi siano gli 883. Quando decido di cantargli “le notti non finiscono all’alba nella via” di Max Pezzali, si rilassa: ma è anche chiaro che ho improvvisamente perso parecchi punti. Metto insieme i pezzi del suo racconto che va avanti e indietro, e capisco che ha avuto due vite. La prima è cominciata col Karaoke (certo, prima ci sono stati i villaggi eccetera, ma ci siamo messi d’accordo che dei villaggi non parliamo, ché ne parlano sempre tutti quelli che lo intervistano). Allora, quando c’era il Karaoke, a ora di cena su ItaliaUno, io ancora abitavo con mia madre: e anche se è vero che io non sono venuto via di casa esattamente prestissimo, si tratta sempre di parecchi anni fa. Fiorello prendeva queste persone per strada e le faceva cantare, con le parole che scorrevano sotto. “Ma io volevo cantarle io, le canzoni: non fare quello che presentava”. Invece la sua carriera prese quella piega lì. Il Karaoke fece un superbotto, e lui divenne famosissimo. Poi si stufò del Karaoke, e Mediaset gli fece fare altre cose da presentatore sempre più grandi.

Fiorello bisogna vederlo. Bisogna vederlo per una giornata intera, come ho fatto io: più che un intervistatore, una patella. Dopo la hall dell’albergo, e dopo il bar dell’albergo, ci siamo alzati e siamo andati a pranzo assieme. Poi siamo andati a Radio DeeJay. Poi siamo andati a farci una pennica (almeno, così mi ha detto per seminarmi), ognuno per conto suo, e poi ci siamo rivisti prima dello spettacolo e poi l’ho guardato per due ore e mezza sul palco. Bisogna vederlo e si capisce che è fatto così: è uno che sa fare tutto, e si diverte un mondo a farlo, tutto.
Io avevo un amico così, all’università. Sapeva tutte le barzellette. Sapeva tutte le canzoni. Aveva imparato da solo a suonare il pianoforte e la chitarra. Sapeva fare le imitazioni di chiunque. Una volta convinse tutti a portare i banchi in corridoio, sedercisi sopra e fingere di essere in un autobus in cui lui faceva il conducente, l’autobus e il resto del traffico. La sera prima di un esame ci disse che non poteva studiare con noialtri perché aveva un impegno improvviso con la famiglia. Lo scoprimmo dentro un affollato teatro di Livorno vestito da Cristoforo Colombo che stava guidando le caravelle. Adesso fa l’architetto.

Fiorello, invece fa lo showman. Per la prima parte della sua vita fece il conduttore di spettacoli, soprattutto il Festivalbar. Lui li presentava e loro cantavano, di nuovo. Era famosissimo, ma non si divertiva tanto. E poi la sua vita era cambiata troppo all’improvviso, dice. Cogliendo qualcosa, gli chiedo – col timore di essere troppo avventato: le patelle sono assai più discrete di me – se si sia messo in casini. “Eeeeh! Tutti. A Milano, in tutti i casini possibili”. “A un certo punto scompaiono tutti quelli che conosci. Quando i guai superano un certo livello, non hai più nessuno. Nessuno. È tremendo”. La sua prima vita finì quando il desiderio di uscire dai casini e quello di fare lo showman completo traboccarono dal vaso e furono raccolti da Bibi Ballandi, mito ammirato e invidiato dell’organizzazione di eventi e spettacoli in Italia. Ballandi aveva fatto con la Rai un programma del sabato sera di grande successo, con Morandi. Incontrò Fiorello, che allora era un po’ sbalestrato e aveva pure fatto un flop televisivo con un varietà dal titolo delirante (“Non dimenticate lo spazzolino da denti”: citazione del quale titolo dà il colpo definitivo alla mia presunta serietà), e gli disse di mettersi in forma per qualcosa di grosso. Poi andò da quelli della Rai che si aspettavano da lui un nome leggendario come quello di Morandi e disse loro “Fiorello”. “Al posto loro, ci sarei rimasto anch’io”, mi dice lui. Ma Ballandi li convinse. Il suo programma sfondò, e poi sfondò di nuovo un anno dopo. Conduceva, cantava, faceva gag, imitazioni, show con gli ospiti. Si trasferì a Roma, si tolse dai casini e andò a stare con Susanna.
Che vita fai, adesso? “Non esco quasi mai, sto a casa, andiamo al cinema e vediamo un sacco di film perché Susanna lavora in una casa di postproduzione. Lavoro parecchio. Siamo in tour da mesi, e stiamo preparando un nuovo show del sabato sera. Il regista si chiama Giampiero Solari, è uno formidabile: dovresti intervistare lui”. Evocato, Solari arriva in quel momento, e la sua apparizione pare davvero quella del protagonista di un western. Ha un cappello a larghe falde, gli occhiali scuri, una sciarpona, e un’eleganza casual inimitata nell’entourage di Fiorello. Robusto, fisicamente temibile e con una faccia abbronzata da attore. È tornato da poco dal Perù, il suo paese. Ha lavorato con tutti, in teatro e in tv. È molto di sinistra, mi dice Fiorello, la cui coscienza politica è più sfumata. Ma proprio per questo, quando fa della satira lui è molto più efficace. A Sanremo due anni fa, rubò la scena a Pippo Baudo, lo maltrattò ben bene, e se ne andò dopo una battuta (“Tutti con ‘sto conflitto d’interessi… ma se gli interessi sono tutti suoi, il conflitto dov’è?”) che in bocca ad un altro avrebbe agitato interrogazioni parlamentari e conseguenti manifestazioni all’Ambra Jovinelli. Fiorello e Solari discutono della presenza di La Russa allo spettacolo della sera prima, gongolante della imitazione che lo ha reso celebre.
E quindi, oggi Fiorello è un tranquillo professionista dalla vita privata sobrissima. “Adesso nessun rotocalco mi rompe più le scatole”, mi dice esibendo la fede. Certo, c’è quella cosa degli scherzi, che non si vuole far mancare. È un imitatore imbattibile, e un appassionato contaminatore di generi. Nella prima parte della sua carriera incise alcune cose memorabili. Una era una cover di un pezzo degli 883 in cui cantava con le voci di tutti (Guccini, Baglioni, Ruggeri, eccetera). Una era la versione dance di “la nebbia agli irti colli”, fantastica: in radio si sentiva solo quella. E poi ci fu quella geniale parodia di Battiato, Una canzone scritta da Fiorello in cui musica e testi sembravano assolutamente del genere Battiato, ma parlava di cozze, mitili e gamberi. “Un giorno incontrai Battiato all’aeroporto di Catania (lui è del paese mio, lo chiamavano “Franco u’ pazzo”) disperato che tutti si congratulavano con lui per quella canzone”.
Allo spettacolo, la sera, farà geniali e spietate imitazioni di tutti, da Cocciante a Cremonini a Tiziano ferro, svelando i meccansimi ripetitivi e prevedibili delle loro canzoni.

Ma ora abbiamo finito di pranzare e dobbiamo correre a Radio DeeJay, palestra delle sue esibizioni giovanili, dove è ospite della trasmissione di punta, il Deejay Time. E quindi, eccomi qua, in questa stanzetta semibuia con la musica a palla e le ragazzine sui cubi, e Fiorello che si fa pregare e prendere in giro qualche minuto dai suoi vecchi compagni di bisbocce radiofoniche (adesso lavora a RadioDue dove ha messo su il programma più seguito di tutto il palinsesto, e si è inventato un Nanni Moretti diventato di culto), ma poi si vede che è nel suo mondo e prende in mano tutto: cerca di fare dello scratch, sfotte i deejay, fa le imitazioni (un Jovanotti da crepare dal ridere), salta da una parte all’altra. Arriva Susanna, finalmente, una sventola mora alta quanto lui e con l’aria di quella che sta facendo giocare il bambino, e la tira dentro nella festa. Le ragazzine sono ammirate. Io sono invidiosissimo – di tutto – ma mi sto divertendo come un matto, devo confessare. Mi sento più simile all’omino con i baffi alla mia destra, Tommasino: aveva fatto uno spot pubblicitario con Fiorello e da allora lui se lo porta negli spettacoli e lo usa come spalla.
Usciamo da là che siamo sfiniti tutti e due, ma io non ho fatto niente. E quanto vuoi durare a essere il maggiore showman del paese?, gli chiedo. “Fino a che le cose funzionano. Se vedo che calo, smetto. O tutto o niente”. Magari non cali, e ti troviamo ancora lì tra vent’anni, trenta, come Baudo. “Macché, quelli so’ Highlanders, non sono umani: ce n’è due, tre…”

E così, una pazza giornata di vacanza con Fiorello, la concludo seduto su una poltroncina di un tendone milanese a guardarlo sul palco. Intorno a me ci sono calciatori, deejay, presentatrici di Sanremo: lui li sfotte tutti e loro sono tutti contenti. Nello spettacolo fa di tutto, sfotte Berlusconi e sfotte Fassino, e si lamenta che tanto non lo prendono mai sul serio, nessuna censura, nessun richiamo: “pensate come sarebbe bello: Guzzanti, Santoro, Fiorello… e invece niente”.
Sarà per la terza vita.

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