L’ultimo autista di lady Diana

Ho letto nel weekend un libro che si intitola “H.P., l’ultimo autista di lady Diana”. L’ha scritto Beppe Sebaste, con un editore piccolo che si chiama Quiritta. Non si può dire di cosa parli troppo sbrigativamente. Dire che si tratta di una biografia di Henry Paul, come suggerisce il titolo, sarebbe parziale. È il racconto di un periodo della vita dell’autore, durante il quale i suoi casini personali e sentimentali, le sue depressioni e le sue eccitazioni, si mescolano al progetto di scrivere un libro su Henry Paul, che morì una notte di agosto del 1997 guidando la macchina con cui lui, Dodi e Diana (e la guardia del corpo che sopravvisse) si schiantarono in un tunnel di Parigi. Sebaste si appassiona alla sua figura di “persona normale” in una storia di principesse e miliardari, e allo svelamento della maldestra e precipitosa costruzione degli investigatori e soprattutto della stampa che lo designano capro espiatorio della storia.

Ma non sarei ancora soddisfatto di aver descritto la trama del libro senza dire che è imbottito di pensieri, considerazioni, e associazioni che spesso si allontanano dalla trama principale, in una dichiarata ambizione Benjaminiana dell’autore, affascinato dal mettere in relazione le cose più varie.

A momenti il name-dropping e il book-dropping rischiano di essere un po’ ridondanti, come alcuni autocompiacimenti nel raccontare fatti propri un po’ inutili e impudichi: ma Sebaste si salva quasi sempre un passo prima del superfluo, dando una ragione, un racconto, un’idea, ai passaggi del suo diario.

Non so se è un libro completo, o ben ruscito: ma è pieno di cose, dentro. E la storia di Henry Paul si legge di per sé.

Si comincia con le droghe pesanti, e poi si va a finire a farsi le canne