Alla mamma di Bambi sparano una fucilata

Per esempio, nel sesto episodio succede questo: Lynette decide di impasticcarsi per trovare la forza di lavorare tutta la notte ai costumi della recita scolastica per i bambini; Bree si presenta in mutandine, reggiseno e pelliccia a suo marito Rex che l’ha accusata di fare sesso troppo freddamente e gli dice “chiedimi di fare qualsiasi cosa”; Gabrielle porta sua suocera – che ha una dipendenza dal gioco d’azzardo – in un casinò per poi ricattarla e impedirle di rivelare al marito la sua relazione con il giardiniere minorenne iscritto a un gruppo di astinenza sessuale; Susan si limita a entrare clandestinamente in una clinica psichiatrica: d’altra parte ha già incendiato – sbadatamente, ma con una certa soddisfazione – la casa di una rivale in amore nel secondo episodio.
Non pensiate che sia la trama di un programma particolarmente ardito o di nicchia: “Desperate Housewives” va in onda da tre mesi su una delle maggiori reti tv americane, tutte le domeniche in prima serata, e sta facendo dei numeri clamorosi, che lo hanno fatto diventare un fenomeno di costume e un caso studiato da tutti i maggiori giornali, oltre che a uno dei maggiori eventi televisivi dell’anno.
“Desperate Housewives” viene visto ogni domenica da circa venticinque milioni di americani (venticinque-milioni-di-americani): è una serie televisiva che ha come protagoniste quattro signore sposate che vivono in un sobborgo borghese tipico, dove tutto è apparentemente grazioso, perfetto e “all-american” in superficie, ma che rivela intrecci di tormenti, guerre personali, frustrazioni e misteri. Una soap, ancora: però è la soap che il pubblico voleva, nuova e di grandissima cura formale. Il successo e il cast femminile hanno condotto molti a fare subito dei paragoni con “Sex and the city”, ma le somioglianze finiscono qui, salvo una comune sfrontatezza nel trattare i rispettivi temi. Anzi, si può dire, che “Desperate housewives” sia un tentativo di ripetere il risultato commerciale di “Sex and the city” dedicandosi a una periferia di giardinetti invece che a una grande città, a delle donne sposate e con famiglia invece che a delle singles, e soprattutto alla generazione del decennio precedente.
I problemi delle quattro protagoniste hanno infatti tutti a che fare con i difficili rapporti con le proprie famiglie e soprattutto con i propri mariti. L’autore della serie, Marc Cherry, ha raccontato di avere imparato – soprattutto nelle lunghe conversazioni con sua madre – che la maggiore preoccupazione delle donne adulte “sono gli uomini che hanno, o quelli che non hanno”. Bree – la star della serie, finora – è una Barbie impeccabile con la psicosi della pulizia, dell’ordine e della moglie e madre perfetta, ma il cui marito vuole il divorzio perché non ne può più (i figli protestano contro il menu da ristorante ogni sera e vorrebbero la pizza nei cartoni). Terrorizzata, Bree cerca acrobaticamente di riconquistare il marito e spolverare i mobili contemporaneamente. Gabrielle ha un marito affarista che la copre di regali per avere i suoi favori erotici, ma lei si annoia e lo tradisce con il ragazzo che cura il giardino. Il marito di Susan l’ha lasciata per la segretaria e lei vive con la figlia adolescente che la spinge continuamente a trovarsi un uomo e a fare più sesso. Il prescelto sarebbe un vicino di casa molto aitante ma che nasconde dei segreti distillati strategicamente a ogni puntata. Infine c’è Lynette, che ha un rapporto coniugale un po’ più felice ma non perdona al marito di averle fatto abbandonare la sua formidabile carriera da donna manager per accudire due gemelli pestiferi e prepotenti. Inutile dire che per ragioni televisive tutte e quattro sono magrissime e affascinanti (la bionda Lynette in modo meno immediato delle altre, ma più particolare). La storia si svolge tutta intorno alla curva di una strada – “Wisteria Lane” – dove abitano tutte le protagoniste e gli altri personaggi: la vicina pettegola che ricatta Susan perché sa dell’incendio, l’inquietante vedovo della quinta amica, Mary Alice, che si è sparata misteriosamente all’inizio della prima puntata ed è la voce narrante di ogni episodio, e il tenebroso Mark Delfino, corteggiato da Susan.
“Desperate housewives” ha fatto il botto con una rapidità che non si ricordava in America dai tempi di “E.R”. La rete ABC, in crisi e a corto di successi da anni, ne è stata risollevata. Le solite associazioni hanno protestato contro i contenuti immorali e lesivi della sacralità del modello tradizionale della famiglia, ma di fronte al successo commerciale sono state piuttosto ignorate. Cherry, intervistato a destra e a manca, ha raccontato di essere stato sul punto di una depressione creativa e professionale quando ha creato la storia. Le sue sceneggiature venivano bocciate da anni, e anche questa era stata rifiutata dagli altri network: poi qualcuno gli ha suggerito di venderla come soap sfrontata e moderna invece che come noir (c’è di mezzo un morto) ironico, e ha funzionato: “tutte queste donne arrivano a un punto in cui si pentono di una qualche scelta che hanno fatto”, dice del titolo. I dialoghi e le battute sono notevoli, e la regia e la tecnica curatissime. Moltissime casalinghe, disperate e non, ci si sono riconosciute: ma pare che la seguano molto anche gli uomini. A un certo punto Lynette insorge contro una madre petulante che ha deciso che nella recita scolastica il lupo non sia cattivo perché è diseducativo per i bambini: “Basta con questa cavolo di correttezza politica! Il lupo è cattivo, questa è una favola, e ai bambini piace così: quindi la facciamo con il lupo cattivo. E sappi che l’anno prossimo facciamo Bambi, e alla mamma di Bambi sparano una fucilata!”. Che è evidentemente quello che pensava Marc Cherry – gay, Repubblicano – quando ha deciso di raccontare agli americani cosa pensano le casalinghe americane.

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