Ci sono quelli da bar e quelli da ristorante. Io sono da bar. Al ristorante, una volta finito di mangiare, divento inquieto. Mi annoio, ho voglia di sgranchirmi, di uscire, di togliermi i piatti di torno. Se sono a casa, comincio a sparecchiare. Se sono fuori, mi basta anche spostarmi al tavolino di un bar, se proprio vogliamo continuare a chiacchierare: ma fatemi alzare. Quando non posso alzarmi, comincio a spostarmi accavallando le gambe da una parte, o a sprofondare nella sedia, un po’ sbracato. A volte mi metto le mani dietro la nuca. Mia moglie si vergogna e quando torniamo a casa mi rimprovera, se non l’ha già fatto prima. Io incasso, mesto, punto sul vivo della buona educazione. Provo a giustificarmi adducendo le ragioni di una conversazione noiosa con il mio vicino di tavolo, o la voglia di andare fuori, altrove, nel sole, nell’aria della sera. Se uno si annoia, o ha voglia di fare altro, non ha diritto di scalpitare un po’, di lasciarsi scivolare sulla sedia, di sprofondare nella giacca? Non sarà bello da vedere, ma è una debolezza sincera, traditrice di desideri impetuosi. Chissà dove voleva essere, per esempio, Michele Cucuzza, invece che a condurre lo speciale sulla morte del Papa
Vanity Fair