Nicola and Bart

Al direttore – Qualche settimana fa il Los Angeles Times ha pubblicato un documento che rimetteva in discussione l’innocenza di Sacco e Vanzetti. I due anarchici italiani, condannati a morte nel 1927 per rapina e omicidio in un clima da caccia alle streghe, vennero alla fine scagionati con pubblica ammenda dal governatore del Massachussets nel 1977. E sono sempre rimasti nel patrimonio storico e sentimentale della sinistra mondiale come simbolo della repressione prepotente e sleale del potere costituito. Io ero piccolo quando mi venne raccontata la loro storia, e oggi Sacco e Vanzetti mi suscitano più emozioni personali e sentimentali che partecipazione politica. Quindi ho affrontato con qualche dolore ma senza traumi la possibilità che i due fossero invece colpevoli, evocata da una lettera inedita di uno dei maggiori esponenti di allora della campagna in loro difesa, lo scrittore Upton Sinclair. Nella lettera, secondo il Los Angeles Times, Sinclair raccontava che l’avvocato di Sacco a Vanzetti – Fred Moore – l’avrebbe messo a parte della sua convinzione che i due fossero colpevoli. La pubblicazione dell’articolo ha suscitato due tipi di reazioni, in America: alcuni golosi commentatori di destra si sono precipitati a definirla la sentenza finale sulla doppiezza e la colpa di tutta la storia della sinistra, tuttora doppia e colpevole. I commentatori di sinistra, hanno saputo produrre solo un imbarazzato silenzio e un bisbigliare preoccupato, legittimando la baldanza dei primi. La stessa cosa si è riprodotta in Italia, dove la notizia – notevole, dal punto di vista della scrittura fattuale della storia, al di là dei suoi significati – è stata trascurata da quasi tutti, con evidente disagio. Come ho detto, per ragioni anagrafiche ho la fortuna di essere abbastanza tranquillo rispetto all’eventuale demolizione dei miti della sinistra, e ho parlato della vicenda in radio, a Condor, con il professor Marcello Flores che ha consentito al valore del documento, ha criticato alcuni tratti delle sue interpretazioni, e ha ricordato come questo non mettesse in discussione la pessima e persecutoria conduzione del processo e della campagna contro gli anarchici. Spiego questo per dire che non mi sono quindi sentito tirato in causa dalla eccitata festicciola messa in piedi da Ruggero Guarini sul Giornale per celebrare “il crollo per sempre dell’edificio innocentista” e poter borbottare cicca-cicca-cicca ad alcuni storici difensori della causa di Sacco e Vanzetti con cui mantiene evidentemente degli attriti locali, di quelli che orientano un po’ tutto il dibattito storico e politico italiano. Forse però era meglio che Guarini e gli altri golosi riscrittori della storia per proprio capriccio aspettassero un momento. Tre giorni fa, infatti, un articolo della Reuters ha esaminato la lettera di Upton Sinclair nella sua interezza, tre pagine. Nel testo trascurato – volutamente o no – dal Los Angeles Times (“sarebbe stato meglio leggerla per intero”, scrive l’articolo ripreso dalla CNN e facile da consultare anche qui in Italia, volendo), Sinclair mette in discussione la credibilità dell’avvocato Moore e la sua battuta citata, annullandone nettamente il valore. Dice di dubitare di Moore e delle sue parole, e cita volte successive in cui Moore gli ha detto il contrario. E in altre lettere, raccolte dai suoi biografi, lo stesso Sinclair racconta che Moore avrebbe in diversi casi contraddetto e confuso la sua pretesa opinione di colpevolezza (anche la moglie di Moore, interrogata da Sinclair, sarebbe caduta dalle nuvole rispetto alla possibilità che suo marito pensasse Sacco e Vanzetti colpevoli). Il punto di Sinclair, in questi e in tutti i suoi scritti sull’argomento, e di tutti quelli che conoscono la storia rimane coerente: non c’erano e non ci sono prove della colpevolezza di Sacco e Vanzetti. E i due vennero uccisi. Questo resta. Saluti

Il Foglio

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