Pippone

Ho ricevuto diverse mail critiche su quello che ho scritto del pezzo di Baricco. In tutte – tutte – era più o meno esplicitato un forte fastidio da parte dei mittenti nei confronti di Baricco e la convinzione che io invece ne fossi un appassionato fan (l’ultimo libro di Baricco che ho letto credo sia Oceano mare, colpevolmente). Anche nei messaggi in cui le obiezioni contenevano una qualche elaborazione, questa era vistosamente figlia di questo fastidio. Quel che è peggio, lo stesso tipo di approccio lo si attribuiva a me: se avevo apprezzato l’articolo su Repubblica era per forza per un mio pregiudizio favorevole sull’autore.

Come mi pareva chiaro, il mio apprezzamento per quell’articolo – che rimane tutto – era legato a quelli che mi sembravano i suoi tratti più notevoli: la sottigliezza dialettica (chiamatela paraculaggine), la disponibilità a fingere di paragonarsi a una qualsiasi Susanna Tamaro (chiamatela paraculaggine) per uno di cui è nota la presunzione e la sicurezza del fatto suo, il fatto che in quel pezzo Baricco parlasse di sé e che quel pezzo parlasse di lui e delle implicazioni del suo successo. Come ho detto subito, mi pareva chiaro che il titolo scelto da Repubblica fosse fuorviante, che la questione con Ferroni e Citati fosse solo un pretesto per parlare di sé e del proprio successo – innegabile, direi: malgrado me e i suoi critici – e di quello che significava, e che meno che mai si volesse discutere “la funzione della critica”.

In questo senso, gli strascichi giornalistici saggiamente costruiti da Repubblica per protrarre l’attenzione di quel giorno sono del tutto irrilevanti. Strascichi. Porre la questione della funzione della critica letteraria nel 2006 e del suo scollamento dal successo commerciale dei libri è come costruire un forum sul fatto che la gente guardi la tv e non vada a teatro. Ripeto, a Repubblica hanno fatto bene a marciarci, dal loro punto di vista.

Ma se vogliamo dire ancora due cose anche su questo, trovo sintomatico di un atteggiamento ridicolo la cosa che ha scritto oggi Carlo Lucarelli, che si attacca a questo vetusto tram del confronto scrittori-critici (non ce l’ho con Lucarelli, non lo conosco, non parlo di lui in particolare: siamo d’accordo?). Intanto, sarebbe forse il caso che gli scrittori che si sentono investiti di un ruolo superiore declinassero verso quello che fanno la stessa misura e ironia di quello che disse “trattasi di canzonette”, e che già a suo tempo suggerii di usare nei confronti dei gastrofanatici (“trattasi di pastasciutta”): trattasi di libri. Né più né meno. Trattasi di creazioni artistiche come altre, che come altre conoscono grandi bellezze e grandi insignificanze. Ma non ho mai visto i Pet Shop Boys porre drammaticamente la questione del fatto che la grande critica li sottovaluti (eppure stravendono da decenni e hanno inventato di certo delle cose). E poi, trovo sinceramente assurdo e presuntuoso che siano gli scrittori a chiedere conto ai critici di quello che scrivono. I critici scrivono per aiutare i lettori, per spiegare ai lettori, per costruire qualcosa che sia importante per i lettori, esattamente come fanno gli scrittori. Se ho da lamentarmi dei critici, mi lamento io, lettore. Mi pare anche una questione di pudore ed eleganza, saper accettare il silenzio altrui nei propri confronti. Diverso è il caso accampato (fallacemente su Ferroni, si è visto) da Baricco: se scrivi qualcosa su di me, lo spieghi. Ma così come agli scrittori non è richiesto di sottostare a obblighi di onnicomprensività o di disciplinarsi a trattare questo o quel contenuto, lo stesso valga per tutti.

Infine, sì: avrei una mezza ragione di simpatia per Baricco che non ho per i suoi detrattori (malgrado non abbia ragione di dubitare dell’antipatia che tutti gli attribuiscono). In generale, preferisco chi evita di esibire le sue acrimonie per il prossimo, e vi sostituisce il silenzio. Dovrebbe valere anche per me, che spesso fallisco. Così come qualche fallimento in questo senso c’era anche nel famoso articolo di cui parliamo, che altrimenti sarebbe stato perfetto. Come ho detto, era una mezza ragione di simpatia.

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