A memoria mia, è una circostanza inedita. Non parlo solo della notevole sensibilità e attesa intorno alle elezioni di domenica, vissute a questo punto come una finale dei mondiali con l’Italia in finale. Con similitudini particolari con i mondiali dell’82, quelli dove tutta la preparazione e il turno preliminare furono deludenti, sfinenti e premonitori di nulla di buono, e l’entusiasmo si liberò finalmente solo a ridosso della finale.
No, parlo anche del fatto che le urne si chiuderanno alle 15. Cioè, il triplo fischio dell’arbitro arriva alle tre del pomeriggio, di un lunedì. Come lo vivremo, televisivamente? Exit poll e proiezioni affolleranno il pomeriggio, con la gente ancora in ufficio o per strada, in macchina o in autobus. Quando arriveranno i programmi serali, si sapranno già molte cose (attendibili o no, non importa): l’eccitazione sarà pomeridiana.
Come ci comporteremo? Come capiremo chi ha vinto, avendo altro da fare, prendere i bambini a scuola, fare le consegne? Un boom dell’ascolto radiofonico? O dovremo tornare indietro, al passaparola stradale?: buonasera, commendatore, pare che i verdi siano sotto il due
. O ci imbatteremo in altri segni: gente a cavallo e con uno strano accento intorno a via della Conciliazione, manovre militari sulla Nomentana?
Tutto sommato, è rassicurante pensare che le elezioni più invelenite, combattute e drammatiche degli ultimi decenni, saranno vinte al pomeriggio, col sole. Speriamo che non piova.
Vanity Fair