La politica come il tifo, o viceversa

Non ho letto tutte le cose sul caso Moggi eccetera. Quindi può darsi che qualcuno abbia già notato questa cosa.

Mi pare impressionante la similitudine di meccanismi tra quello che sta succedendo qui e quello che successe con la cosiddetta tangentopoli. E altrettanto impressionante la similitudine tra i tipi di reazioni strumentali.

Ve la metto così: c’è un ambiente in cui si gestiscono i maggiori interessi del paese, e in quell’ambiente è andata consolidandosi un’abitudine di disonestà, mancanza di etica, competizione profittatrice con ogni mezzo. La misura è colma da un pezzo. Esistono delle strutture e dei sistemi di gestione, in quell’ambiente, che potrebbero lavorare per frenare quest’andamento e per riportare a un’osservanza delle regole. Non lo fanno. A un certo punto i sintomi di tutto questo emergono attraverso un accidente giudiziario, un’esposizione di un caso come un altro di trafficonismo, ma che diventa spettacolarmente clamorosa per l’opinione pubblica. A quel punto parte un’escalation giudiziaria, a cui l’ambiente stesso non sa reagire in maniera equilibrata, ma anzi fa blocco negando tutto, o in alternativa sostenendo che si tratta solo di una parte malata da estirpare, cercando di discolpare se stesso. L’escalation giudiziaria conosce eccessi, buffonate, illeciti, inclinazioni esibizionistiche e golpistiche, e gogne pubbliche. Il paese si divide tra il partito dei giudici e quello contro i giudici, e si annienta ogni chance di osservazione equilibrata dello scandalo come della persecuzione dello scandalo.

Christian Rocca, juventino, sta già sostenendo che giudiziariamente su Moggi non c’è niente, e non si pone minimamente il problema del diverso livello di etica e stile consentito al mondo del calcio. Nel frattempo, tra i giornalisti più agguerriti a sostenere la procura di Torino nella sua passione ammanettatrice ci sono gli stessi frusti cronisti dei tempi ruggenti di mani pulite.

Saranno mesi lunghi

(qui, Paolo Luti su Leftwing)