Massimo Gramellini ragiona su un tema assai sentito in giro, in questi giorni: ovvero sul fatto che prima dell’abuso delle intercettazioni bisognerebbe preoccuparsi del contenuto delle intercettazioni, e che lo scandalo sul primo sia strumentale e interessato a nascondere il secondo:
“Ai garantisti di parte toglie il sonno una preoccupazione sola: sarà lecito ficcare il naso nella vita degli indagati? E’ una gran bella domanda. Però in una ideale hit parade delle emergenze, andrebbe posta fra l’ottantesimo e il novantesimo posto. Prima sarebbe più impellente discutere se sia lecito rubare, condurre affari loschi, disprezzare le donne, comportarsi con l’arroganza che deriva da una presunzione di impunità e ridurre il proprio orizzonte di vita a una pratica squallida di vizi mediocri e mediocremente esercitati, trincerandosi dietro il padre di tutti i pensieri deboli: «così fan tutti»”
La risposta alla domanda di Gramellini è facile: sì. In una hit parade eccetera sta più avanti impedire che si rubi, si disprezzino le donne e molte altre cose. Il punto, però, è che non deve esistere questa hit-parade. Non si devono sacrificare le battaglie meno importanti perché ci sono quelle più importanti. È la diffusa abitudine dialettica al “benaltrismo”: quella per cui sono sempre “ben altri” i problemi. E che – non è il caso di Gramellini, almeno non volontariamente – finisce per favorire sempre il mantenimento dello status quo e impedire che si risolvano non solo i problemi grandi, ma anche i problemi piccoli.
Non c’è una gara a chi trova il comportamento più grave e preoccupante (e quello delle intercettazioni comunque è molto più significativo e gravido di rischi indiretti di come lo disegnano in molti), a meno di non indirla ironicamente. Si governa bene, sapendo gestire più piani di diversi problemi. Le cose sono compless
La Stampa