Guido Rampoldi, su Repubblica
“Perchè parte del pacifismo italiano nutre un’avversione tanto pregiudiziale alla missione Nato in Afghanistan? Da settimane sentiamo ripetere diagnosi desolate sulla forza dei Taliban, che dilagherebbero, e sulle condizioni di vita della popolazione, che sarebbe peggiorate dall’arrivo degli americani. Il tutto sintetizzato in un motto ripetuto ormai anche da persone di buonsenso: «L’Afghanistan è peggio dell’Iraq».
Questa rappresentazione è totalmente falsa. Non v’è una sola città afgana dove in un anno accada quel che accade ogni settimana a Bagdad. E malgrado gli apporti pakistani i Taliban restano poche migliaia (12mila secondo i loro comandanti, seimila secondo la Nato), cioè una frazione minuscola di quel che erano sei anni fa. Non che le cose vadano bene. Nel sud molti contadini sono stati sospinti verso i Taliban tanto dalle scriteriate minacce anglo-americane di sradicare le coltivazioni di papavero, quanto dalla sommarietà con cui spesso operano i militari statunitensi. Ma se la situazione fosse anche solo comparabile con la mischia irachena, i soldati occidentali in Afghanistan sarebbero stati spazzati via da tempo, essendo quei trentamila appena un quinto delle truppe della Coalizione in Mesopotamia. Per quanto spesso diffidino degli anglo-americani, gli afgani diffidano ancor più dei loro guerrieri. Dovendo scegliere tra Taliban, mujahiddin e stranieri, oggi probabilmente opterebbero per gli europei. «Ci chiedono più truppe, non meno», sostiene l’attendibile International Crisis group.
(…)
Però abbiamo il sospetto che non pochi esponenti di questa sinistra radicale non siano affatto accecati dall’ideologia. Che insomma sappiamo bene quanto fasullo sia il loro Afghanistan: o comunque considerino secondaria la verità. Obbediscono ad un calcolo quasi privato, pre-politico. Cosa conviene dire, dove conviene posizionarsi, cosa vuol sentire il mio pubblico, il mio elettorato, i miei sovvenzionatori? Quale tesi mette in difficoltà i miei competitori? Quale opinione mi giova di più, mi distingue, mi rende più visibile? A verità complesse spesso l’utenza preferisce bugie verosimili, cioè coerenti con le proprie aspettative. E quelli gliele confezionano. In questo gioco di simulacri e imposture l’intransigenza è brandita come la prova della propria superiorità morale: da qui l’abitudine a screditare come agit-prop della Nato, piazzista di bombardieri e “servo degli americani” chi articola un ragionamento sgradito.
Ma qui sorge un dubbio. Questa disinvoltura nel ritoccare la realtà e nell’anteporre sempre il proprio interesse all’interesse collettivo, peraltro il segno distintivo dello stile di governo espresso dal Polo, tonerà ad essere anche in futuro di grave impaccio alla politica estera del centro-sinistra? Rivedremo la maggioranza macerarsi per due mesi ogni qualvolta alcuni intuiranno un piccolo lucro elettorale, un riflettore acceso, un ruolo gradito ad un pubblico di nicchia? Considerando che prima o poi la crisi della destra metterà in libertà un certo numero di singoli parlamentari, forse è il caso che il governo cominci a pensare a come assicurarsi contro il rischio costituito da chi, nell’attuale maggioranza, pratica con tanta tenacia il narcisismo delle differenze.”
Repubblica