Non ho voglia di diffondermi in analisi articolate e ricche di confutazioni ed esempi contro l’ondata di moralismo superficiale che sta trattando il caso del “sesso sulla cattedra”. Ho aspettato a leggere Gabriele Romagnoli su Repubblica di oggi per vedere se ne usciva qualcosa di più serio e ragionevole, ma niente: anche qui solo un gran casino che mette sullo stesso piano violenze e rapporti sessuali tra teenagers consenzienti, ed espressioni come “blog a numero chiuso” unite ad altri terrorismi tecnologici. E poi ogni cosa diventa fenomeno dilagante, per il giornalismo italiano: mai letto di un fenomeno notevole, ma limitato, o diffuso in qualche caso e in altri no.
Io stavo in un tranquillo liceo di provincia: al primo anno c’erano almeno quattro ragazze di cui mi risulta avessero già combinato delle cose, e un paio di maschi che negli anni seguenti avrebbero mostrato agli amici foto delle loro performances.
Come per tutto, le nuove tecnologie amplificano e trasformano quantitativamente le cose che già esistevano. Il che è un fatto, senza dubbio: ma non si racconti che le cose esistono solo da quando ci sono i “videofonini”, o youtube (avete notato quanto sia linguisticamente stupida l’espressione “videofonino”?).
La cosa che trovo sommamente ridicola è l’indignazione severa con cui si vorrebbe che una scuola avvisi “l’autorità giudiziaria” se risulta che negli spazi scolastici si sia fatto del sesso, santi numi. Pare che l’alternativa, in Italia, sia tra Edwige Fenech e Footloose. Ma si indignano tutti, quindi mi sfuggirà qualcosa