Senato ai bordi di periferia

Non esiste più il Senato Italiano. 315 eletti, regolarmente stipendiati, più sette anziani signori (non che gli eletti siano giovanissimi), praticamente scomparsi dalla politica italiana. La settimana scorsa Mattia Feltri ha raccontato sulla Stampa come la loro attività in aula in questi mesi si sia ridotta a poche brevi sedute su temi di rilevanza locale o assai limitata. Un po’ per scarsa inclinazione al superlavoro, e un po’ perché l’attuale maggioranza è così precaria in Senato (aveva due voti in più, ma poi le cose si sono complicate con l’ennesima defezione di un Dipietrista e ogni votazione è un terno al lotto) che per non correre rischi cerca di andare ai voti il meno possibile. E a conferma delle ragioni di questa pavida cautela, la settimana scorsa il Senato ha avuto finalmente un giorno di intensa discussione sulla base americana di Vicenza, e la maggioranza è andata sotto, come si dice: l’opposizione ha presentato una sua mozione, che è stata approvata.

Ma a suggello di questa bizzarra perdita di ruolo della più nobile delle nostre due camere, è arrivata l’inusuale polemica di martedì. È successo che una seduta aperta alle 16 e 11 sia stata chiusa due minuti dopo con la indulgente motivazione che molti senatori DS fossero impegnati a seguire – al cinema Capranica, cento metri più in là – la pubblica presentazione della mozione del segretario Fassino in vista del prossimo congresso del partito. Non che il permesso di andare a spasso abbia irritato i membri dell’opposizione, che lo hanno raccolto senza fiatare: ad essersi arrabbiato è il senatore Salvi, fiero avversario di Fassino all’interno del partito, che ad andare al Capranica non ci pensava nemmeno. Oggi c’è seduta nel pomeriggio, si discute della tangenziale di pavia, dell’«Ordine mauriziano» e della diga sul fiume Melito. Appuntamento successivo, martedì prossimo alle 16 e 30

Gazzetta dello sport