Dave Eggers racconta nel suo nuovo romanzo sui profughi del Darfur che quelli arrivati negli Stati Uniti festeggiano tutti il compleanno assieme il primo gennaio: non conoscono la propria data di nascita e gli viene assegnata d’ufficio quella.
Ai blog succede qualcosa di simile: non si è mai riusciti a ricostruire esattamente quando siano nati, quale sia stato il primo. O meglio, quando un sito internet abbia cominciato a somigliare a quello che poi abbiamo chiamato blog: aggiornamento costante, testi elencati in ordine cronologico inverso. Una versione attribuisce al programmatore Dave Winer la primogenitura, ma esistevano già esperimenti precedenti. Comunque, il blog di Winer nacque nell’aprile del 1997, e quindi sarebbero dieci anni: il commento globale è ghiotto di anniversari. E in ogni caso, è invece ufficiale la data di nascita del nome weblog, che due anni dopo si contrasse in blog: lo introdusse un pioniere del settore, John Barger, il 17 dicembre 1997, sul proprio.
Secondo un conteggio di questi giorni, i blog sarebbero oggi circa 71 milioni. Ogni giorno ne verrebbero creati 120mila nuovi. E un nuovo post – il singolo articolo o appunto su un blog – viene scritto ogni secondo che passa. C’è stato un tempo in cui l’informazione tradizionale, spiazzata e incapace di leggere il cambiamento, ha cercato di bollare i blog come diari da adolescenti con poco futuro, ma quel tempo oggi fa sorridere. Come in ogni mezzo di comunicazione, anche tra i blog ci sono in effetti moltissimi contenuti mediocri o irrilevanti, o destinati a piccole cerchie di conoscenti (questo però è un pregio), ma altri sono diventati invece autorevoli come i maggiori giornali o occasioni di informazione libera in luoghi in cui la libertà manca. I blog sono ritenuti tra i maggiori responsabili dell’eventuale scomparsa dei giornali di carta, su cui si fa molto terrorismo ultimamente. Non esiste oggi nessun’altra fonte di informazione che offra la velocità di aggiornamento dei blog, e nessun altro modo di comunicare ciò che si vuole con altrettanta facilità (ricordiamoci però sempre che esistono grandi pezzi di mondo dove neanche c’è un computer, altro che internet).
In questi giorni si è discusso molto delle controindicazioni di pubblicazioni prive di regolamentazione, in cui ogni anonimo che passa può mettere nero su bianco informazioni non verificate o offensive. È un effetto collaterale negativo e da limitare quanto possibile, ma è un effetto collaterale.
Le statistiche dicono che due terzi di quel che viene scritto sui blog è in inglese e in giapponese. Segue il cinese, e poi l’italiano. L’Italia è uno dei paesi dove i blog sono cresciuti prima, a cominciare dal 2000-2001. Una convenzione sommaria tra i veterani di allora attribusice il primato ad Antonio Cavedoni, che aprì il suo Blogorroico a settembre 2000. Auguri a tutti.
Vanity Fair