Ventitrè anni fa arrivò una svolta nella pur ricca di svolte e lunghissima carriera musicale di Bruce Springsteen. Ventitré anni fa, era il 1984, Springsteen pubblicò il disco che gli cambiò, anzi gli ribaltò la vita. Si chiamava Born in the USA, quel disco. Prima di allora, lui aveva costruito una popolarità e un successo straordinari, soprattutto negli Stati Uniti, presso un pubblico di appassionati del rock e della sua capacità di raccontare appassionatamente pezzi dell’America. Ma Born in the USA, che pure era un disco rock e pure raccontava ancora l’America (a cominciare dal titolo), sfuggì del tutto di mano al suo inventore e alle più rosee previsioni che poteva avere fatto. Decine di milioni di copie vendute, singoli a ripetizione, l’ingresso da protagonista nell’era dei videoclip e di MTV, la conquista definitiva di un pezzo di pubblico più giovane, più internazionale, e meno duro e puro di quello che aveva avuto finora: ragazzini compresi.
Non succederà mai più. Sono passati molti anni, e nessuna carriera regge a quei livelli. In più Springsteen non ci ha mai marciato, investendo su progetti diversi e di cui era chiara a priori la minore accessibilità. Ma adesso, dopo anni di dischi più cupi, meno universali, e un’ultima fantasiosa raccolta di canzoni del maestro Pete Seeger, Springsteen riprova a fare quella cosa là: un disco di canzoni facili, ben fatte, buone anche per i ragazzi. Quel botto là non lo farà più: ma i fans e i ragazzi lo stanno comprando (ha il nuovo di Brusprìnghin?, ha detto ieri un ventenne davanti a me in un negozio di Firenze) e lui sta già di nuovo al numero uno in America, in Italia e in mezzo mondo. Trentacinque anni dopo il suo primo Greetings form Asbury park, NJ.
Gazzetta dello Sport