L’intuizione più efficace l’ha avuta Giuliano Ferrara, per rafforzare l’impressione che quanto stia accadendo in questi tempi alla politica italiana sia una sorta di ritorno nei ranghi dopo la sbornia, se non proprio un viaggio all’indietro verso la Prima Repubblica. Ferrara ha notato che nel giro di pochi giorni sono spariti i partiti con i nomi più allegri e carnevaleschi – Margherita, Ulivo, Forza Italia, Unione – e siamo tornati alla tradizione ortodossa dei partiti con i nomi da partito: Partito Democratico, Partito del Popolo, o quel che sarà l’idea di Berlusconi. Tornano le sigle con la pi insomma: come quando c’erano PCI, PLI, PRI, PSI, PSDI, e Rino Gaetano ne faceva scioglilingua in Nuntereggaepiù. Con la Margherita, è svanita anche la misteriosa sigla associata a quel partito, che ogni tanto si sentiva usare al telegiornale, e nessuno capiva di chi si parlasse: di-elle (era Democrazia è libertà, col verbo invece della congiunzione, per giunta). E ci si chiede se lo sbarramento del sistema elettorale tedesco non chiuderà anche l’era dei partitini di centro con la u. Gli unici a non avere mai guadagnato una sigla sono i Verdi (i vu era un po’ troppa sintesi) e quelli della Lega, probabilmente per la cacofonia della formula elle-enne, mentre con Rifondazione un erre-ci ogni tanto si usa, almeno sulle tabelle dei risultati elettorali. E non fosse per l’effimero precedente di Democrazia Proletaria, l’Italia dei Valori potrebbe entrare nel tourbillon dei restyling e darsi una sigla più efficace di i-di-vu, e adeguata alla sua costituzione: DP.
Gazzetta dello Sport