Quando io ero bambino, Adriano Celentano mi sembrava una cosa da vecchi che non mi riguardasse, come già Raffaella Carrà, che allora ero convinto si chiamasse Raffaella Carrara. Poi sono venuti altri bambini, e tutti avranno sentito parlare di Adriano Celentano, e avranno pensato che fosse una cosa da vecchi che non li riguardava. E tutti, come me, sono cresciuti e diventati adulti in una società in cui Adriano Celentano vendeva pacchi di dischi e affollava le prime serate, quando non entrava addirittura nel dibattito politico. Celentano ci ha riguardato tutti, prima o poi.
Adesso ho una bambina di quattro anni. Il mese scorso ha sentito nominare Adriano Celentano per la prima volta in vita sua. In macchina durante certi viaggi abbiamo provato ad ascoltare insieme Azzurro e La storia di Serafino, ma la concorrenza di Jovanotti è imbattibile. E anche sul fronte delle canzoni ambientaliste continua a preferire L’arca di Noè di Endrigo e Eppure soffia di Bertoli.
Celentano nel frattempo compie settant’anni. È piuttosto in forma, e sempre molto simpatico, comunque la si pensi sulle cose che dice. Fossero tutti come lui, i settantenni che generazioni di bambini vedono da decenni invecchiare e invecchiare, e invecchiare ancora, e di cui sentono parlare da sempre, si potrebbe stare un po’ più allegri. Ma alla maggior parte dei coetanei italiani di Celentano manca quel sorrriso, e quella inclinazione a riflettere per 364 giorni, prima di pontificare per uno (il 2008 poi sarà bisestile: doppia razione). Per fortuna che c’è Jovanotti, che a mia figlia non pare così vecchio.
Gazzetta dello Sport