Si era preparato alla morte per trent’anni, Frank Sinatra, fingendola centinaia di volte sul palco. O meglio, lo aveva preparato Paul Anka, che nel 1968 mise le mani su una canzone francese uscita l’anno prima – Comme d’habitude – e ne riscrisse il testo in inglese, soffiandola a David Bowie e facendola diventare My way: la consegnò a Sinatra, e da lì fu My-Way-di-Frank_Sinatra.
Dopo, la sua casa discografica avrebbe rimproverato Paul Anka di non essersi tenuto la canzone per sé, cantandola lui: ma Anka l’aveva scritta pensando a Sinatra, al suo linguaggio, al suo personaggio di gran bullo del rat pack, alla sua attrazione per l’enfasi e l’autocompiacimento: io non avrei mai potuto cantare credibilmente una cosa simile.
My way uscì nel 1969, e da allora fino al giorno della sua morte – dieci anni fa esatti – Sinatra divenne quella cosa lì, quel gigionismo teatrale del now, the end is near, and so I face the final curtain. Da allora interpretò il momento della fine per anni: e ora, la fine è vicina e ho davanti l’ultimo sipario.
Pare che lo stesso Sinatra avesse confessato delle ritrosie rispetto all’autoindulgenza del testo – ma ho fatto tutto a modo mio – ma solo lui avrebbe potuto cantare come se niente fosse sì, ci sono stati momenti in cui ho morso più di quanto potessi masticare: ma ogni volta, nel dubbio, l’ho inghiottito e l’ho sputato.
Ci furono poi molte altre versioni di My way, tra cui risalta per grande distanza ma simmetrico tormento quella punk dei Sex Pistols. Mikhail Gorbaciov chiamò Dottrina Sinatra la nuova poltica sovietica nei confronti degli stati del Patto di Varsavia, lasciati liberi di procedere a modo loro.
Cos’è un uomo, cos’ha, se non se stesso?: prima o poi lo pensiamo tutti, ma un po’ ci vergognamo. Come Paul Anka, che fece la cosa migliore, a modo suo.
Gazzetta dello Sport