Bella la vita che se ne va

Alle molte cose dette nella discussione sulla vita e la morte di Eluana Englaro ne aggiungerei due. Una è che il fronte dei contrari a interrompere le cure ha al suo interno una separazione concettuale notevole: molte persone si lasciano comprensibilmente convincere dall’ipotesi che una persona in coma possa riprendersi, e quindi il loro argomento – “e se poi…” – è che si possa “tornare alla vita” da questo stato di morte di fatto. Mentre le alte cariche ecclesiastiche e il direttore del Foglio sostengono che a dover essere tutelata è qualsiasi forma di vita, e quindi è per loro irrilevante – rispetto alla sua sopravvivenza – la possibilità che la persona possa tornare a stare meglio. La divisione è notevole: perché se sull’eutanasia in genere il fronte dei contrari è cospicuo, su quello della difesa della “vita” qualsiasi essa sia mi pare che sia più rumoroso e altolocato che numeroso.

L’altra cosa che mi pare molto sgradevole da parte degli oppositori alla scelta del signor Englaro è la pretesa di difendere la ragazza da suo padre, con lei impossibilitata a intervenire. Questo sì che è un sopruso che si approfitta di lei, e compiuto da estranei. Io penso che se fossi in coma e anche ne uscissi, se allora sapessi che qualcuno si è permesso di dire a mio padre (o mia madre, o mia moglie, o i miei figli) cosa dovevano fare con me e di interpretare la mia volontà al posto loro, mi incazzerei parecchio.

p.s. già che siam qua, il mio testamento biologico a uso di un  giudice e di qualunque passante è questo: voglio che decida mia moglie.

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