Post paziente

Poiché il presente blog tende a montarsi la testa – soprattutto dopo i successi di visite di questi giorni – il titolare ha deciso di fare di tutto per conservargli ogni lettore anche di passaggio.
Ed è per questa ragione che, con straordinaria pazienza, spiegherà di nuovo l’ovvio a chi ha fatto fatica a capirlo. Ovvero a chi pensa che io e tanti altri che abbiamo trovato straordinaria l’elezione di Obama per ragioni di tempo più che di razza, stiamo banalmente sottolineando che “è giovane”. Obiezione sintetizzata dal lettore che mi ha scritto “anche Hitler aveva 45 anni quando fu eletto a furor di popolo”.
Bene: guardatemi bene negli occhi che ve lo spiego di nuovo. Non stiamo parlando di numeri, io e i molti che hanno insistito su questo aspetto. Stiamo parlando di oggi. Citare Hitler (o altri esempi meno assurdi) è come dire a chi sostenga che questa è una vittoria contro il razzismo che “anche Mike Tyson è nero e guarda il successo che ha avuto”. In sostanza, non c’entra una mazza (e come dico spesso, bisognerebbe abituarsi a pensare che quando le opinioni altrui paiono così facilmente smentibili, forse non si è capito qualcosa).
La vera novità dei nostri tempi (e ancora di più per noi italiani) è che in un posto di potere e anche di grande impatto comunicativo pubblico sia arrivato un uomo che rappresenta questi tempi e quelli a venire, e non quelli passati. Un uomo la cui ascesa politica è nata tutta in questo millennio, e non nel precedente. Un uomo che rappresenta, assomiglia, appartiene a una fascia generazionale (ampia, quella tra i 20 e i 50, a spanne), che vive il mondo contemporaneo in modo completamente diverso da quella che le è più anziana. Barack Obama è quello che è e quello che dice, anche perché ha 47 anni. Ne avesse avuti 55 non sarebbe stato questo Obama. Sarebbe stato un uomo magari bravo e capace, ma un uomo di un altro mondo, il mondo di Clinton, di Bush, di Prodi, di D’Alema, di Berlusconi, di Rutelli. E anche di Veltroni, che ha fatto e fa sforzi apprezzabili per comunicare col mondo di oggi, ma viene inevitabilmente da un’altra cosa. E benché quantificare tutto questo esattamente sia sciocco – io credo tra l’altro che Obama sia la propaggine più anziana di questa parte di società; come lo siamo ahinoi io e Gramellini che mi auguro ormai non vedremo più quelli della nostra età al potere – se proprio avete bisogno di numeri, direi che possiamo parlare di quelli che hanno frequentato dei computer prima di diventare adulti (ma non vi attaccate a questo riduttivo criterio): che lo sono diventati, adulti, in un mondo che è questo mondo. Hai voglia a dire che esistono settantenni più in gamba di certi trentenni, e che non basta essere giovani eccetera. Bella scoperta. Ma avete presente la distinzione tra condizione necessaria e condizione sufficiente?
Insomma, per le famose ragioni di mantenimento del consenso attorno a questo blog, lo scrivo ancora una volta: è la prima volta che le persone che hanno meno di cinquant’anni (santi numi) vivono un’emozione così, in cui si sentono parte di una cosa grande che sta avvenendo a loro, e non osservatori di cose – grandi o piccole – che avvengono sulla scena del mondo dove si trovano a vivere. Che riconoscono nell’immagine pubblica delle cose, le loro stesse vite. E ovviamente questo non è il solo aspetto della vittoria di Obama: bisogna essere schematici, superficiali e rigidi per pensare che le cose abbiano un solo aspetto, tanto più questa. Ma non volersi accorgere di questo aspetto, e della partecipazione che questo aspetto ha suscitato, pretendendo di spiegare che “l’età non conta nulla” è come pensare di essere gli unici furbi in circolazione, che vanno contromano in autostrada e si chiedono come mai ci sono tanti matti che vanno nell’altra direzione.