Di buoi scappati

Sulle sorti del PD mi sento un po’ travolto. Ora sembra che dopodomani, alla riunione della Direzione Nazionale, arrivino al pettine mille nodi e tutti debbano discutere e affrontare i disastri che stanno investendo il PD. Ed è difficile non convenire su tali disastri e sulle valutazioni relative.
E però.
Appena due mesi fa ci fu un’altra riunione della Direzione Nazionale. Fu aperta da una relazione di Dario Franceschini che celebrava i risultati e i successi conseguiti (grande enfasi sul compimento dell’unione tra Margherita e DS e sulle sfide che ci aspettano). Seguirono alcune decine di interventi sui temi più diversi: mancava un ordine del giorno e quindi ognuno parlava di quel che voleva (“sembra YouTube”, commentò genialmente Enzo Bianco). Che io ricordi, le uniche Cassandre a segnalare che forse non andava tutto benissimo fummo Giovanni Bachelet (con la gentilezza e la sobrietà del suo carattere) e io (con gli eccessi del mio, temo). Era appena due mesi fa: difficile sostenere che vedessi cose impensabili allora, o che abbia una competenza straordinaria su come si conduce un partito. Dissi delle ovvietà: dissi che l’atteggiamento sulla Vigilanza Rai avrebbe portato il PD a una meritata catastrofe; dissi che il governo ombra era un fallimento; dissi che non si poteva pensare di fare politica “partendo piano” come nella maratona (metafora di Franceschini); dissi che l’immagine del PD presso le persone era in caduta libera; dissi che il confronto D’Alema-Veltroni stava dirottando l’attenzione pericolosamente; dissi che la dirigenza si era rivelata del tutto inadeguata, e insieme indifferente alla propria inadeguatezza; dissi che l’atteggiamento passivo e spaesato di Veltroni era inspiegabile; dissi che nessuno dei dirigenti del PD sarebbe stato ricordato per niente di buono, se le cose continuavano così.
Appena due mesi fa.
Proposi di fare le cose meglio. Di tornare a pensare la politica come una professione straordinaria e che richiede teste, idee e impegni straordinari. Non un lavoro come un altro, non una cosa in cui si va alle riunioni e si sfoglia il giornale aspettando che finiscano. Proposi di lavorare meglio sulla comunicazione, di creare una struttura di professionisti che se ne occupasse, di investire in progetti concreti, proposi maggiore trasparenza sui soldi. Proposi di cancellare il governo ombra. Proposi che i leader andassero a seguire quel che accadeva fuori da Roma. Proposi che venisse promossa e messa alla prova una seconda linea di dirigenti politici, un investimento sul futuro del partito. Proposi un impegno indefesso e visibile sul cambiamento della legge elettorale.
Appena due mesi fa.
Dissi cose che sapevano anche i sassi, dissi che il PD se ne stava andando a sbriciolarsi. Non mossero un sopracciglio, quelle cose. L’unica reazione fu che Veltroni riconfermò la fiducia per l’ottimo lavoro eccetera eccetera al governo ombra, nelle conclusioni.
Adesso invece pare che tutti abbiano da contestare le stesse cose (persino a se stessi: sarà divertente sentire Bettini che dice a se stesso di farsi da parte, o Veltroni accusare Veltroni di aver lasciato che il progetto del PD andasse a remengo, o Cuperlo dire a Cuperlo che bisogna fare qualcosa), e questo mi solleva: stavo diventando come Parisi.
Meno male che se ne sono accorti in tempo.

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