“Quando non sai, inventa”

Lungi da me l’illusione di sovvertire in un sol post clichés linguistici assai radicati: ho scritto dieci volte che il plurale di “incinta” è “incinte” e ancora lo leggo sui giornali e lo sento nei telegiornali (“le donne incinta”, santi numi); e i miei compaesani che dicono “a dorso nudo” o “una notte all’agghiaccio” sono numerosissimi. E dispero di far tornare gli italiani alla comprensione della differenza tra “laico” e “ateo”.
Quindi è solo per mettere a verbale che qualcuno l’aveva detto, e per affetto nei confronti di colui che dà il nome a questo blog, che mi fermo su questa cosa.
Questa cosa è la frase “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”: citazione di Ludwig Wittgenstein sensazionalmente abusata in giro, e molto di più in questi anni di indignati in servizio permanente attivo. Perché la frase si presta intuitivamente ad attribuirle un significato uguale al più banale “se non sai le cose, sta’ zitto”. E però suona molto meglio, e quindi chiunque voglia dire al prossimo “taci che non capisci una sega” (e sono parecchi) si sente molto più dotto e originale se usa una citazione di Wittgenstein.
Ora, che un uomo della cultura e dell’intelligenza di Wittgenstein abbia consegnato alla storia un pensiero della levatura di “se non sai le cose, sta’ zitto” dovrebbe sembrare sospetto a chiunque. Le ragioni per cui Wittgenstein scrisse quella cosa sono infatti assai più complesse, e ciò che voleva dire è molto lontano da questa banalizzazione. Così complesse, da rendere necessaria qui la citazione delle analisi che ho trovato in rete, che ogni sintesi mia sarebbe superficiale e ignorante:

Wittgenstein intende il Tractatus come un’opera composta di due parti: la prima effettivamente scritta e la seconda lasciata nel silenzio. Infatti la settima e ultima proposizione (“su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”) è l’unica priva di commento: solo superando le proposizioni del Tractatus e sporgendosi “oltre” il linguaggio si “vede rettamente il mondo”, si mostra l'”ineffabile” o “il mistico”. Il percorso del Tractatus deve perciò “curare” quella malattia del linguaggio che è tradizionalmente la metafisica. Ma ciò non significa che le proposizioni di fatto della scienza, pur essendo sensate, abbiano “valore”. La posizione di Wittgenstein è che ciò che più importa non si può dire, perché i limiti del linguaggio sono i limiti stessi del mondo e non è sensatamente ipotizzabile un metalinguaggio che possa parlare del mondo, del linguaggio e della loro relazione.

Su ciò che non si può parlare si deve tacere. Wittgenstein propone di studiare solo i fatti che accadono, ma nella filosofia, come nella vita, vi sono molte cose che non accadono eppure rivestono un certo significato (la spiritualità, i sentimenti inespressi ma presenti). Tuttò ciò, per Wittgenstein, non può rientrare nell’analisi, perchè non accade come fatto distinto. Tutto ciò è il mistico. Wittgenstein ammette che di molte cose nel Tractatus non si è fatta menzione, ma il suo compito non è parlare di ciò che non si può sottoporre ad una rappresentazione logica, il suo compito (quella della filosofia secondo il suo metodo) è quello di creare nuove regole per l’analisi logica della realtà. Ecco perché di tutto ciò che non si può parlare si deve tacere: con questo si ritorna alla prima tesi dove si metteva ben in chiaro che oggetto dello studio sono i fatti che accadono, dunque i mondi oltre-sensibili della metafisica non rivestono più alcuna importanza, poiché non accadono nella realtà.

“Il positivismo sostiene che ciò di cui possiamo parlare è tutto ciò che conta nella vita. Invece Wittgenstein crede appassionatamente che tutto ciò che conta nella vita umana è proprio ciò di cui, secondo il suo modo di vedere, dobbiamo tacere. Quando ciò nonostante egli si prende immensa cura di delimitare ciò che non è importante, non è la costa di quell’isola che egli vuole esaminare con tanta accuratezza, bensì i limiti dell’oceano” (Engelmann).

Ecco. Come si vede, l’uso corrente della citazione non è una semplificazione né una sintesi: proprio non c’entra una mazza. Basta saperlo.

p.s. quella del titolo è una citazione alternativa, di cui volevo suggerire l’uso al posto di. Solo che è sbagliata: la mia memoria l’aveva elaborata rispetto all’originale.
p.p.s. Giuseppe mi informa che mi era sfuggito un improbabile alleato in questa campagna di informazione

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2 commenti su ““Quando non sai, inventa”

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