È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo

“C’è una differenza radicale tra fare il sindaco e il parlamentare europeo: l’impegno di tempo è molto più limitato, non incompatibile con la vita famigliare”. Sergio Cofferati ha sinceramente spiegato con queste parole la contraddizione tra le sue dimissioni da sindaco di Bologna per stare vicino a sua moglie e suo figlio e la sua scelta di candidarsi al parlamento europeo. E in molti si sono ulteriormente irritati per la sottovalutazione dell’impegno futuro. Ma altri si sono chiesti se la valutazione di Cofferati non fosse invece realistica. Quanto e come lavora davvero un parlamentare europeo? Quanto tempo riesce a stare a casa?
Uno che lo sa bene è Antonio Panzeri, eletto cinque anni fa con l’Ulivo e ora nel gruppo del partito Socialista Europeo. Panzeri – 54 anni, lombardo – viene dalla CGIL, come Cofferati, ed è considerato uno dei più assidui e impegnati tra i 78 rappresentati italiani al Parlamento Europeo, per cui è candidato di nuovo il mese prossimo.
Panzeri, quanti giorni dovrà stare a Bruxelles il suo collega Cofferati?
Se si vuole fare bene questo mestiere sono almeno quattro giorni alla settimana pieni. Che significa partire al lunedì e tornare al giovedì sera. Poi dipende se ci sono altre necessità particolari che richiedono anche di rimanere una mezza giornata il venerdì.
Una comune vita da pendolare…
Dipende dalla volontà che ci metti. Spesso e volentieri io faccio avanti e indietro durante la settimana: prendo un aereo dopo il lavoro di aula a Bruxelles per venire a un’iniziativa la sera a Milano, e al mattino alle sette torno su. Uno potrebbe non farlo, certo. E comunque i fine settimana devono essere dedicati al collegio.
Cosa vuol dire “uno potrebbe non farlo”?
Che i margini sono grandi ed è bene dirlo chiaramente. Si deve andare una volta al mese a Strasburgo e lì si fanno quattro giorni pieni. Ma si registrano le presenze solo a Strasburgo, non a Bruxelles.
Comodo…
E scomodo. Se tu partecipi al lavoro tutto l’anno, ma hai la sfortuna di ammalarti nella settimana di Strasburgo – io ho avuto una polmonite, ed è morto mio fratello, tutte e due le cose nella settimana di Strasburgo – la tua percentuale di presenze diminuisce sensibilmente.
Come mai si registrano le presenze solo su Strasburgo?
Perché il lavoro che fai a Bruxelles è molto più difficile da certificare esattamente. E quindi succede in effetti che ci siano eletti che vanno solo in aula a Strasburgo, e che risultano molto presenti.
I dati che leggiamo sull’assenteismo degli itaiani quindi sono affidabili o no?
In buona parte sono veri. I difetti dei rappresentanti italiani sono tre: eccessivo ricambio, incapacità di far squadra e assenteismo.
E da cosa dipendono? Siamo persone peggiori?
Secondo me dipende dal mettere in lista persone che credano nell’Europa o no. Questo è un lavoro che sprovincializza, che ti fa misurare col resto del mondo, ma a cui manca il gioco politico della buvette di Montecitorio. Non incontri grandi personaggi, non sei assediato dai giornalisti. Anche perché quando arrivano i leader di partito che si sentono importanti, gli uscieri non li salutano, perché non sanno chi siano. Quindi per molti questo è un incarico riduttivo.
Che genere di candidati ci vorrebbero?
Avremmo bisogno di tre categorie di politici, in Europa. Dirigenti da spendere, sherpa che studino e preparino le cose, manovali che organizzino il lavoro e che lo seguano.
Qual è la differenza di lavoro maggiore, rispetto al parlamento italiano?
Che abbiamo una calendarizzazione annua, sappiamo a gennaio quel che si farà a dicembre. Ci sono pro e contro: i pro sono che l’organizzazione dei tempi è molto migliore, i contro che la struttura è poco flessibile rispetto agli imprevisti. Dopo gli attentati alla metropolitana a Londra è stato molto difficile inserire in calendario un dibattito su quello che era accaduto.
Torniamo agli italiani, con quanti tuoi colleghi collabori?
Io lavoro in due commissioni, e in qualche modo lì ho costruito una collaborazione con molti, anche se non con tutti: con Iva Zanicchi per esempio non ci sono riuscito. Di 78 parlamentari italiani, io ne frequento una ventina, se vogliamo fare i conti. Il resto sono apparizioni: ma bisogna pensare che abbiamo avuto il 60% di turnover – deputati che hanno lasciato durante il quinquennio e sono stati rimpiazzati – e ogni volta che arriva uno nuovo deve cominciare da capo, riprogettarsi. Un buon rapporto di lavoro ha bisogno di tempo per essere costruito.
60% è tanto…
Nel mio collegio su sei eletti dell’Ulivo siamo rimasti in due.
E cosa fa il neoeletto, spaesato, appena arriva a Bruxelles?
Noi avemmo un problema in più perché lo stato italiano consegnò in ritardo le liste degli eletti. Per cui gli altri erano già tutti accreditati e noi ancora in coda ad aspettare tutte le procedure. Ricevi un kit, borsettina, badge, tutti i moduli del caso, i regolamenti. Conviene andare su dieci giorni prima per capire dove sei finito, orientarti, cercare casa, sceglierti un assistente: è essenziale qualcuno che ti guidi e si informi per conto tuo. All’inizio non sai nemmeno dove siano le sale delle riunioni.
Lei dove vive?
A Bruxelles sono in affitto, nella casa che mi ha passato Elena Paciotti, che aveva finito il suo mandato. Pago 660 euro al mese.
Poco…
La politica abitativa a Bruxelles è ottima, ci sono moltissimi cartelli “affittasi”. A Strasburgo invece vado in albergo, per una settimana al mese.
Non è assurdo quest’uso part-time di Strasburgo?
Per tutto il resto del mese a Strasburgo non c’è quasi niente. Poi andiamo là per una settimana con questa transumanza di uomini, mezzi e documenti. Io capisco il valore simbolico di quel luogo, ma noi molte volte abbiamo proposto di limitare lo spreco di soldi. Solo che lì ormai è stato costruito anche un grandissimo indotto, ormai. Si potrebbero convertire quelle strutture a un uso più proficuo, un’alta scuola di amministrazione, per esempio.
Quante persone lavorano per lei?
Ho un assistente a Bruxelles e una collaboratrice a Milano, pagati dal parlamento europeo. E poi ogni tanto ho degli stagisti proposti dalle scuole, che ricevono un rimborso spese. Il parlamentare ha un ufficio per sé e uno per il suo assistente, a Bruxelles. A Strasburgo c’è un bugigattolo per tutti e due.
Esiste la questione degli eccessivi privilegi economici?
Se esiste, è la stessa questione che riguarda i parlamentari nazionali. Gli stipendi finora erano identici. Ma le spiego una cosa.
Mi dica…
Questo parlamento è stato capace di autoriformarsi sugli stipendi. Dalla nuova legislatura le indennità saranno uguali per tutti, 7000 euro lordi al mese, e le spese saranno rimborsate non forfettariamente ma su consegna delle ricevute. Per un parlamentare italiano significa una riduzione dell’indennità di quasi il 40%. Mi piacerebbe che sulla stampa, accanto alle questioni sui privilegi e ai tanti tentativi di riforma suggeriti per il parlamento italiano, si dicesse che noi l’abbiamo fatto.
E la sera, cosa fate? C’è un bivacco di peones come intorno al Pantheon?
Non direi. È difficile che ci siano cene di lavoro, salvo bere un bicchiere di vino con i colleghi stranieri se c’è del lavoro ancora da fare dopo le sedute. Poi ci sono persone che frequenti un po’ più spesso, ma io a Bruxelles la sera sto quasi sempre a casa. Purtroppo si vede solo RaiUno, non ho mai fatto mettere la parabola.
La sua famiglia viene mai?
Sì, mia moglie e mia figlia sono venute molte volte.
La conoscenza delle lingue è effettivamente una necessità per i deputati?
Sì. Per me è stato un problema, sinceramente. Io avevo studiato francese e tedesco a scuola. Ma lì si usa l’inglese, e a una certa età diventi meno duttile con le lingue nuove. Ho avuto bisogno di molto tempo per arrivare a capirlo: però è necessario. In aula ci aiuta la traduzione simultanea, ma in commissione la lingua serve. E ancora di più nei rapporti informali, che sono indispensabili nel lavoro e nella costruzione dei progetti.
Gli altri parlamentari sono più preparati?
Con le lingue sì. E l’approccio alla politica è molto diverso: le durate degli interventi sono di uno o cinque minuti, c’è molta più concretezza. Per esempio le dichiarazioni di voto avvengono dopo il voto, e non prima come da noi. E questo aiuta moltissimo l’efficienza del lavoro.
Chi sono i più bravi tra i suoi colleghi italiani degli altri gruppi?
Ho visto lavorare bene Musacchio, un vendoliano della Sinistra radicale. E anche Fava. Un mio collega, Sacconi, ha seguito molto bene il rapporto Reach sulle sostanze chimiche ed è stato presidente della commissione sui cambiamenti climatici. Ho visto molto assiduo Mario Mauro, del Partito Popolare, che potrebbe fare il presidente del prossimo parlamento. Ci sono deputati italiani che stanno sul pezzo e sanno di cosa stanno parlando.
Che bilancio fa?
Molto positivo. Se parliamo di me, questi anni mi hanno aperto la testa, mi hanno sprovincializzato. Se ti trovi a lavorare con un deputato tedesco da una parte e uno rumeno dall’altra sei costretto a confrontarti con altri modi di pensare. E poi la gestione del tempo è diversa: devi essere presente, non ti arriva un SMS per dirti che devi andare in aula per il voto. E c’è una programmazione, per cui puoi scegliere quali temi ti interessa seguire e studiare, e a quali puoi dare un contributo. È un grande risultato di responsabilità e di libertà insieme. Questo è un lavoro che consiglierei assolutamente a chiunque voglia fare politica e avere responsabilità istituzionali.
Cosa si aspetta dalla prossima legislatura?
Vorrei che andasse in porto il trattato di Lisbona. Perché si elegga un presidente del consiglio che stia in carica due anni e mezzo e finisca questa cosa del semestre: un giorno hai l’europeista Sarkozy e sei mesi dopo il ceco Topolanek disfa tutto. Con quella durata, poi, non potrebbe farlo un capo di stato: diventerebbe un ruolo vero. Poi, sempre nel trattato, c’è la creazione del Ministro degli Esteri, e l’Europa ne ha bisogno per avere una voce sola sulle questioni internazionali. E infine c’è un rafforzamento del ruolo del parlamento, il vero organismo democratico di rappresentanza dei cittadini europei.
E se verrà rieletto a cosa lavorerà?
Alla costruzione di un’Europa sociale, più inclusiva. Perché il pilastro dell’economia comune da solo non basta.

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