La letteratura senza delinquenti

Non avevo molto seguito le polemiche sulla mancata pubblicazione del libro di Saramago da parte di Einaudi, perché diffido dell’evocazione gratuita della censura ogni volta che non ci piace una scelta editoriale. Se ogni taglio o rinuncia fatta da un editore, un giornale, una rete televisiva dovesse configurarsi come “censura” – a meno che il termine non significhi in modo neutro “taglio” – ci sarebbero mille censure al giorno. E se il Corriere della Sera non pubblicasse questo mio post domani, io potrei dire “censura!”.

Credo poi che gli editori privati siano nel completo diritto di pubblicare quello che vogliono: dopo le loro scelte potranno essere discusse, ed eventualmente le pagheranno, se fossero sventate. Quel che conta è che ci sia spazio per ogni editore, per ogni giornale, e per ogni tv: e in Italia mi pare manchi questo, e questo dovrebbe essere discusso. Saramago potrà uscire con un altro editore, ma non con quello che sta dentro la più grande macchina da guerra commerciale del paese, e che è posseduto dal Presidente del Consiglio.

Quindi ho letto senza pregiudizio la lettera che presidente e amministratore delegato di Einaudi hanno mandato a Repubblica, e ne ho viceversa ricavato un giudizio di grande diffidenza nei confronti dei loro argomenti. Perché un conto è rivendicare la propria libertà di scelta – pubblicare Saramago non è obbligatorio – un altro invece è sostenere che si sia trattato di una scelta editoriale e “letteraria”, quando loro stessi confermano che l’unico argomento contro quel libro è l’uso del termine “delinquente” nei confronti di Silvio Berlusconi. Questo non è un giudizio letterario: un libro non si valuta sull’uso di una parola. Questo è un giudizio di opportunità: e sarebbe ancora accettabile se i due di Einaudi avessero raccontato di aver chiesto a Saramago di rimuovere quel termine. Ma questo non risulta: e il libro di Saramago non può diventare impubblicabile solo per quello.

Noi, come editore, abbiamo deciso di non pubblicarlo, lo abbiamo detto in primis all’autore, rimanendo con ciò invariate la nostra amicizia e stima nei suoi confronti, perché, pur rivendicando autonomia di scelta e libertà di critica, non condividiamo il gesto di dare del “delinquente” a qualsivoglia personalità politica di destra come di sinistra.

E quindi, quando concludono in questo modo

Torniamo alle questioni di merito, per favore. Siamo laici. A pensarci bene, forse è questa la politica migliore.

i responsabili di Einaudi contraddicono se stessi. Che si scelga di pubblicare un libro o no per l’uso di una parola in quel libro è esattamente una questione di merito. E lo è ancora di più se quella parola è riferita al capo del governo che si dà il caso sia l’editore di Einaudi. Nessuno chiede loro di mostrare il petto e immolarsi per la libertà, ma non raccontino che quello che hanno deciso stia nel lavoro di un editore indipendente. La laicità è un’altra cosa.

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