Siamo noi la California

Sull’ultimo numero dell’Atlantic Monthly c’è un bell’articolo di Mark Bowden che riassume e affronta alcuni temi del confronto tra giornalismo che era e giornalismo che sarà, in relazione ai due fattori che lo stanno cambiando: internet e la politicizzazione del giornalismo stesso. Se avete pazienza ve lo racconto e commento, che ci sono cose interessanti.
L’episodio intorno a cui gira il ragionamento di Bowden è questo: immediatamente dopo la nomina di Sonia Sotomayor alla Corte Suprema tutte le televisioni trasmettono uno spezzone video di un suo intervento del 2005 alla Duke University, e citano frammenti da un altro discorso, fatto a Berkeley nel 2001. In uno la Sotomayor dice in sostanza che in quanto donna e ispanica si sente un giudice migliore di un maschio bianco. Nell’altro afferma che il suo lavoro di giudice deve essere usato per fare politica. Bowden fa un’accurata ricerca e ricostruisce che nel contesto le espressioni della Sotomayor avevano un significato opposto a quello che risultava dai frammenti, sulla base dei quali gli americani – e soprattutto gli americani di destra – si sono fatti una preoccupante idea del nuovo giudice della Corte Suprema. E Bowden ricostruisce anche il percorso che quelle espressioni hanno fatto per arrivare – identiche – simultaneamente su tutti i network televisivi. Le aveva scovate un blogger conservatore mesi prima, quando aveva cominciato a circolare il nome della Sotomayor, ed erano state ripresa da altri blog di destra, più popolari. I telegiornali le hanno prese da lì, senza curarsi né di verificare esattamente cosa fossero o il contesto, ma nemmeno di raccogliere i dubbi avanzati sul suo blog dal loro stesso scopritore, che non si diceva sicuro avessero il significato che poteva sembrare.

Veniamo alle considerazioni che ne trae Bowden, molto condivisibili e fondate se non fosse per un notevole equivoco a monte, significativo assai soprattutto in Italia.

What’s most troubling is not that TV-news producers mistake their work for journalism, which is bad enough, but that young people drawn to journalism increasingly see no distinction between disinterested reporting and hit-jobbery.

Questo è in parte vero, ma è vero anche che invece molti bloggers e produttori di informazioni in rete non pretendono di fare del giornalismo, e anzi rivendicano il diritto a trattare con leggerezza e incoscienza quel che mettono in circolazione. E questo non è accettabile: è come se io mi comprassi un aeroplano e mi mettessi a svolazzare in giro seminando panico e danni, e poi mi giustificassi dicendo che io non sono mica un pilota vero, è solo un hobby, il mio lavoro è un altro. Ma una volta detto questo, le mancanze dei bloggers non possono essere nemmeno una giustificazione per i media tradizionali che riprendono il loro lavoro senza verificarlo. Nessuno è assolto da responsabilità di verifica e accuratezza, quando si tratta di scrivere il vero o il falso. Come più avanti dice lo stesso Bowden:

He (il blogger che ha diffuso il video) has some of the skills and instincts of a reporter but not the motivation or ethics. Any news organization that simply trusted and aired his editing of Sotomayor’s remarks, as every one of them did, was abdicating its responsibility to do its own reporting.

Ethics. Sta tutto lì. Il guaio del giornalismo contemporaneo è la perdita di etica. Ma ecco l’equivoco, che segnalo a Bowden: quando siamo arrivati noi di internet, quell’etica non c’era già più.

Work formerly done by reporters and producers is now routinely performed by political operatives and amateur ideologues of one stripe or another, whose goal is not to educate the public but to win. This is a trend not likely to change.

Questo è verissimo, e sottolineo il termine “educare”, che qui fa irritare tutta la tribù del “non accetto lezioni”, “a me non mi educa nessuno”, eccetera. Però bisogna avere ancora presente l’equivoco che rende meno credibile la tesi di Bowden: era così già prima. I quotidiani non li fanno i bloggers.

What gave newspapers their value was the mission and promise of journalism—the hope that someone was getting paid to wade into the daily tide of manure, sort through its deliberate lies and cunning half-truths, and tell a story straight. There is a reason why newspaper reporters, despite polls that show consistently low public regard for journalists, are the heroes of so many films.

Bravo. Tutto vero. Il giornalismo dovrebbe raccontare una storia vera, non portare a casa il punto per una parte o l’altra. Ma sai perché i giornalisti sono gli eroi di tanti film? Eppure, che i sondaggi dicano che quelli reali sono disprezzati dovrebbe suggerirtelo: è perché la gente percepisce la cospicua differenza tra gli uni e gli altri, tra i film e la realtà. I giornalisti dei film, integri e fedeli a se stessi, vanno forte. Quelli reali, no. Cosa vorrà dire?

C’è una cosa che Bowden dovrebbe dire, e che secondo me è la sintesi equilibrata tra le parti litigiosamente in causa nel conflitto tra media tradizionali e internet: ed è che è assolutamente vero che la libertà di espressione e di opinione offerta dalla rete è in sé un’ottima cosa, come principio e in molte sue applicazioni. Ma è altrettanto vero che questo non significa che queste espressioni e opinioni siano di per sé apprezzabili. Se ci pensate è ovvio, è la famosa frase di Voltaire, ribaltata: è bene che tutti possano dire la loro, anche quando la loro è una fesseria, o peggio. E le fesserie non si limitano diminuendo le occasioni di dirle, ma diminuendo i fessi, insegnando col proprio lavoro quali sono le cose giuste e quali quelle sbagliate.

The blogger’s role is to help his side. Distortions and inaccuracies, lapses of judgment, the absence of context, all of these things matter only a little, because they are committed by both sides, and tend to come out a wash. Nobody is actually right about anything, no matter how certain they pretend to be. The truth is something that emerges from the cauldron of debate. No, not the truth: victory, because winning is way more important than being right. Power is the highest achievement. There is nothing new about this. But we never used to mistake it for journalism.

Parole sante: ma, almeno in Italia, questo avviene in modo spettacolarmente palese sai dove? Sui quotidiani. Sui buoni vecchi quotidiani, ad opera dei buoni vecchi giornalisti. E in tv. Appunto:

Television loves this, because it is dramatic. Confrontation is all. And given the fragmentation of news on the Internet and on cable television, Americans increasingly choose to listen only to their own side of the argument, to bloggers and commentators who reinforce their convictions and paint the world only in acceptable, comfortable colors.

E l’alibi per cui questa deviazione dai sani principi del giornalismo sarebbe legittimata – il fine giustifica i mezzi – da un superiore obiettivo di salvezza del Paese da una parte politica scellerata, è smentito dal sistematico fallimento di questo tipo di battaglia politico-giornalistica.

(Questo giornalismo) preach only to the choir. Consumers of such “news” become all the more entrenched in their prejudices, and ever more hostile to those who disagree. The other side is no longer the honorable opposition, maybe partly right; but rather always wrong, stupid, criminal, even downright evil.

(Oggi ho letto che Nanni Moretti – uomo di cui ho suprema stima – avrebbe detto che in questi quindici anni la sinistra avrebbe “sottovalutato” Berlusconi; viene da chiedersi cosa avrebbe fatto se lo avesse sopravvalutato: il bombardamento di Arcore? Roghi di veline all’Ambra Jovinelli?)

Torno a dare ragione a Bowden, quando scrive una cosa di vecchia retorica eroica, ma verissima e fondamentale: ovvero che la differenza saliente tra il giornalismo come dovrebbe essere e come è oggi, fuori e dentro la rete, è nella capacità del giornalista di pensare e parlare per proprio conto, e non per qualcun altro. Avere una sua opinione. Ethics.

He (il blogger) is missing out on the great fun of speaking wholly for himself, without fear or favor. This is what gives reporters the power to stir up trouble wherever they go. They can shake preconceptions and poke holes in presumption. They can celebrate the unnoticed and puncture the hyped. They can, as the old saying goes, afflict the comfortable and comfort the afflicted. A reporter who thinks and speaks for himself, whose preeminent goal is providing deeper understanding, aspires even in political argument to persuade, which requires at the very least being seen as fair-minded and trustworthy by those—and this is the key—who are inclined to disagree with him. The honest, disinterested voice of a true journalist carries an authority that no self-branded liberal or conservative can have.

E non è una cosa di cui farsi gran vanto, come capita con certi fanfaroni da bar adottati dal giornalismo che vanno spacciando per indipendenza di pensiero la loro arrogante vanità: l’indipendenza non è cosa che si dice, e dovrebbe essere la norma.

Journalism, done right, is enormously powerful precisely because it does not seek power. It seeks truth

I giornalisti, i blogger, tutti quanti, ci facciano un pensiero, la sera, nella solitudine della loro cameretta. Cosa stiamo facendo?

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