I nativi digitali, prima che diventino vecchi

Questo pezzo introduce una serie di ritratti di giovani italiani alle prese con le nuove tecnologie, sul nuovo numero di Wired

“Non bisogna insistere troppo sull’essere giovani”, dice Nicola Greco all’inizio di un’intervista che gli ha fatto Alessio Iacona il mese scorso al termine di un incontro sui nativi digitali. E qualche giorno dopo, sul suo blog: “Digital natives in un futuro prossimo lo saremo tutti e la stessa etichetta, per l’ampiezza del suo significato, non valorizza sicuramente ciò che si fa”. Nicola Greco, se ne parla tra gli altri “nativi digitali” raccontati in questo numero di Wired, sta crescendo rapidamente: negli ultimi mesi è diventato – per meriti sul campo suoi e pigrizia di noialtri presunti indagatori dei giovani – il “poster boy” delle nuove generazioni di alfabetizzati digitali. È stato a molti convegni, ha fatto interviste, ha incontrato molti adulti interessanti, ha frequentato pezzi di mondo diversi da quelli consueti ai suoi coetanei: e nel frattempo andava a scuola. Il suo giudizio sulla superficialità di alcune analisi generazionali è quindi candido e competente assieme: “giovani, si è giovani per poco”. Dice “ggiovani”, anzi, con sincero accento romano: e involontariamente usa così la formula canonica che irride i cliché e le banalità che si dicono su quella fase della vita.
I “ggiovani” non esistono, come non esistono molte categorie schematiche di cui leggiamo frequentemente. Per un giovane sviluppatore che traffica con Twitter ce ne sono venti che Twitter non lo hanno mai usato. Per dieci di loro che esibiscono l’elastico delle mutande (gli passerà?) ce n’è uno che legge Wired (e uno che legge Wired esibendo l’elastico delle mutande). Per tre di loro che mettono su YouTube i video della prof ce ne sono due che passano il tempo rimbalzando da una voce all’altra di Wikipedia. Per cinque che hanno un blog ce ne sono sei che non sanno la capitale della Colombia, e due che hanno un blog e non sanno la capitale della Colombia (uno però ha letto Cent’anni di solitudine: e chissà come sono le sue mutande). Quello di cui parliamo qui è quindi un’altra cosa: è il senso dell’espressione “nativi digitali” e che cosa descrive. Presto lo saranno tutti, e non avrà niente a che fare con l’età. Avrà a che fare con il sistema di riferimenti e le tecniche di comunicazione. Sancirà una differenza con il mondo di prima così netta che neanche sarà più visibile: se ne saranno già dimenticati, del mondo di prima. Ce lo stiamo dimenticando noi tutti e poco facciamo per conservarne quel che aveva di buono. Il rapporto con la rete e le nuove tecnologie diventerà come il rapporto che la generazione precedente ha costruito e rivoluzionato col mondo, i viaggi, gli spostamenti. Prima dei nativi digitali, ci sono stati i nativi globali: quelli nati in un tempo che ha reso consueto e normale il muoversi in ogni posto del mondo per lavoro e per vacanza, e a quelli che c’erano prima di loro sarebbe sembrato pazzesco. L’America era emigrare, la Cina era Marco Polo, prima: e all’improvviso ci lavoriamo e ci andiamo per le vacanze di Pasqua. E ci pare normale: ma ci ha cambiati, ha posto le basi per l’epoca successiva, non più muoversi nel mondo, ma starci dentro, al mondo (immaginate quale esperienza ulteriormente prodigiosa e spiazzante sarebbe stata internet prima dei mezzi di trasporto intercontinentali di massa).
Per queste ragioni un’occhiata ai nativi digitali – a quelli di loro con esperienze più peculiari rispetto al cambiamento – è istruttiva, ma è anche temporanea, di passaggio. Loro stessi guarderanno presto con curiosità ai loro successori: i nativi ubiqui, nati dopo l’invenzione del teletrasporto. O i nativi eterni: quelli nati quando già non si moriva più.

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3 commenti su “I nativi digitali, prima che diventino vecchi

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