Bravi ragazzi

“Sono un ragazzo normalissimo, la sera esco con i miei amici”. Non è vero che sia un ragazzo normalissimo, Nicola Greco. Non solo ha delle ambizioni e delle capacità legate alla programmazione e a internet che non si trovano tanto facilmente tra i sedicenni. Ma non è neanche il prototipo del ragazzino geek e sfigato: non ha la montatura degli occhiali spessa né l’aria di quello che la prima ragazza la troverà se gli va bene al terzo anno di università, anzi. Ma qui la descrizione di Nicola comincia già a essere ardua, per uno come me che potrebbe essere suo padre: come si fa a raccontare un ragazzo di sedici anni, che ha tutti gli entusiasmi e le ingenuità dei sedici anni, senza suonare paternalistici? Senza essere paternalistici? Non si può, ho concluso: lo sono già con questa riflessione, e forse è sciocco anche cercare di evitarlo. Sarò paternalistico, pure con uno che sa una quantità di cose che io no, e che saprà stare al mondo molto più di me, probabilmente. Nicola Greco ha quindi sedici anni, vive a Roma dove si sono trasferiti i suoi genitori calabresi, e fa il liceo scientifico (“buona scuola, il preside è molto bravo: ma le scuole italiane non sono in grado di insegnare l’inglese bene, me la devo cavare da solo”). Ha un accento romano che cerca di moderare con gli adulti estranei, ma poi gli scappa “tempo libbero” o un “mo’ sto facendo” che subito corregge. Sta molto attento a come parla, abituato a confrontarsi con adulti e con persone diverse da lui e dai suoi riferimenti. Qualche volta adotta delle formule da verbale dei carabinieri – “all’età di tredici anni…” -, altrove azzarda con cautela termini tecnici che teme il suo interlocutore non capisca: e allora esita un secondo prima di dire “…javascript” o “…ubuntu”. Ha una bella faccia allegra, l’aria da bravo ragazzo e maturità e umiltà di cui qualunque genitore andrebbe fiero: compreso il suo, di genitore, un medico che l’ha messo davanti a un computer da piccolo, e poi ha permesso che usasse il suo nome per registrare i primi domini internet (aveva dodici anni). Parlando con Nicola della sua generazione, dei nativi digitali, la sua descrizione è assai più cauta dei cliché che ci raccontiamo noi adulti: “Mia sorella e la maggior parte dei ragazzi vede internet come un posto per perdere tempo e fare cose divertenti, a me piace fare dei progetti, scrivere codice: voglio produrre qualcosa, imparare cose, accumulare qualcosa che mi resta. Gli altri giocano a calcio, a me piace leggere manuali sul web semantico”. Dice che i ragazzi non usano Twitter – “Molti miei amici neanche lo sanno cosa faccio su internet. In classe mia lo sanno in quattro o cinque. Gli amici con cui condivido queste cose li ho conosciuti in rete” – perché offre loro troppo pochi “optionals” rispetto a Facebook. Negli ultimi due anni Nicola Greco ha scritto, diffuso e venduto applicazioni e plug-in per social networks. Ha cominciato a essere conosciuto in giro, gli è capitato di guadagnare abbastanza in un mese per comprarsi un MacBook Pro, ha trovato facce meravigliate nei primi BarCamp o raduni di adulti che ha frequentato, ma ormai gli hanno preso le misure e in questo momento ha due progetti in corso con la collaborazione di Telecom (uno è un’evoluzione del suo “Twittami”, un plug-in legato a Twitter, e un altro è un esperimento pubblicitario) e un’idea per un’applicazione di Facebook. Nella firma della sua mail ha scritto “Social network architect”. Gli ho chiesto cosa pensa del dibattito sull’equilibrio da trovare tra “conversazioni” e “contenuti”, e la sua risposta ha del tutto ignorato i secondi: “ci sono quelli che usano i social network per parlare di sé e quelli che li usano per comunicare con gli altri”. Wired vuole sapere da lui cosa farebbe se potesse governare l’Italia: Se governassi l’Italia investirei sui giovani e sulla rete. Investirei di più sulla scuola italiana che ha davvero bisogno di fondi. Credo nella banda larga in Italia come fattore per crescita economica. Ma non credo comunque di avere la maturità per governare il paese, almeno per ora”. Non ci scommetterei, ma parliamo d’altro. E a dimostrazione di quanto tutti i mondi siano micromondi, e spesso stagni, non sa cosa sia “Lost” (io ignoravo BuddyPress, per contro) ma sogna di conoscere Gianluca Neri, organizzatore tra l’altro dell’annuale “BlogFest”. Ma su tutto, Nicola ci tiene a mostrare quanto sia un ragazzo “normale”: fa sport, esce con gli amici, si “diverte” con le ragazze (“non sono alla ricerca di qualcosa di serio. Una volta però ho trovato una ragazza che conosceva l’HTML”).
Ma a cosa pensi, quando dici “normale”? “Sono così normale che non ho niente di particolare da raccontarti”.

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Un commento su “Bravi ragazzi

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