La risposta è nel vento

Una sintesi di questa intervista è pubblicata nel numero di Wired in edicola.

Joao Vieira Costa ha trent’anni e lavora con tre colleghi nello studio OnOffice che ha sede a Porto. Lui e i suoi colleghi vogliono costruire un albergo dentro una centrale eolica in mezzo al mare a Stavanger, in Norvegia.

Quindi adesso dove sei?
Adesso a Oslo. Dovevo discutere alcune modifiche per l’estensione dell’Hotel Terminus a Bergen, di cui poi cominceranno i lavori.

Ma sei lì anche per la Turbine City?
Anche. A Stavanger ad agosto si tiene una grande esposizione sull’energia e stiamo discutendo la nostra partecipazione per discutere di Turbine City, progettata proprio al largo di Stavanger.

Come vi è venuta l’idea di una windfarm “abitabile”?
Non è esattamente “abitabile” stabilmente, come capirai. Volevamo costruire un progetto di ricerca intorno alla Norvegia e al suo rapporto con le energie rinnovabili.

“Volevamo” chi?
Io e i miei partner dello studio OnOffice. Siamo due portoghesi, un italiano, un americano mezzo giapponese. Lo studio lo abbiamo creato nel 2008 a Oslo, poi ci siamo trasferiti a Porto.

Aspetta, questo me lo racconti dopo. Torniamo ai mulini a vento…
Leggemmo su un quotidiano che l’Unione Europea aveva chiesto ai paesi membri di portare al 20% del totale il consumo di energia rinnovabile, entro il 2020. La Norvegia, che ha una grande ricchezza di petrolio, era appena al 5% (la Norvegia non è nella UE, ma ha firmato gli accordi economici e sull’energia, ndr).

Beh, a investire sull’eolico ci avranno pensato da soli…
Infatti ci hanno pensato. La costa norvegese è una delle regioni più ventose d’Europa, ed è lunga 25mila chilometri. Però ogni progetto in questo senso è stato molto contestato dall’opinione pubblica.

A torto?
C’è stata pochissima informazione. Alcune obiezioni hanno degli argomenti, ma il dibattito è stato molto superficiale. Così la nostra idea è stata di sfruttare il secondo potenziale dei complesi eolici dopo la produzione di energia: quello turistico.

In effetti, a fronte di un’opinione pubblica prevalentemente critica sull’impatto ambientale, è cresciuta negli anni anche una grande curiosità e passione per le pale. Ci sono viaggi organizzati che hanno come meta le windfarms di tutto il mondo.
Infatti. Il nostro progetto vuole associare le due cose. Stavanger e la sua area hanno già un fascino turistico notevole: per l’ambiente naturale, per la bellezza della vecchia città. Ma sono anche associate alle piattaforme petrolifere: ed è un’immagine che può essere riqualificata, ma che significa anche una già sperimentata competenza nella costruzione di strutture marine di questo genere. Poi quello è il tratto più ventoso della costa norvegese. E un ultimo elemento stimolante è l’efficacia dell’associazione tra produzione di energia eolica e idroelettrica: la Norvegia produce il 50% dell’energia idroelettrica europea.

E va bene, ma che bisogno c’è di metterci dentro un albergo?
Le ragioni sono due. Da una parte stimolare la discussione e favorire una maggiore informazione sull’energia eolica: trasformare degli impianti industriali in attrazioni turistiche, “abitabili” e più familiari ai cittadini. Dall’altra il potenziale economico c’è. Le strutture ormai possono raggiungere altezze e dimensioni che permettono di includere grandi spazi abitativi. E l’attrattiva turistica è indiscutibile.

Sicuramente. Ma cosa ti fa pensare che qualcuno voglia stare in un albergo in mezzo al nulla solo per vedere delle pale che girano sul mare? Forse andarci a prendere un aperitivo una volta nella vita è più che sufficiente…
Beh, non è per passarci un mese. Ma ha un porto per imbarcazioni da diporto e un centro congressi per eventi di quel genere. E comunque ci sono già molti alberghi per turisti che arrivano solo per vedere la Torre Eiffel o la Grande Muraglia.

Il vostro studio è nato in Norvegia ed è composto da persone di altre tre nazionalità diverse piuttosto giovani: è una cosa normale per gli studi architettonici globalizzati?
Lo diventerà. Una delle nostre ambizioni, quando ci siamo conosciuti, era di riuscire al lavorare per culture diverse, in contesti diversi. Questa è una professione che si può applicare in ogni angolo del mondo, e ovunque in modi diversi. Finora abbiamo lavorato in Europa, in Sudamerica, in Medio Oriente e presto in Africa.

E come si fa?
Si costruisce un rapporto solido con le strutture locali. Fare l’architetto non è solo aver studiato, guardare le riviste e fare dei sopralluoghi. C’è una parte operativa e concreta che richiede che lo studio sia una macchina e che abbia capacità di relazioni con i giusti collaboratori a ogni livello del progetto e in ogni luogo in cui lavori. Noi investiamo molto sulla costruzione di una competenza e una consuetudine internazionale su questo, che ci permette di muoverci credibilmente ed efficacemente dovunque ci chiamino.

Come mai il vostro studio è nato a Oslo?
Ci eravamo incontrati lì. Io ci ero arrivato dopo aver lavorato in Danimarca e Olanda e volevo cominciare a fare cose mie. Rispetto al Portogallo, o all’Italia (dove abbiamo fatto cose su scala più piccola, in Sicilia), in Norvegia quella dell’architetto è una professione più normale: ci sono delle regole e delle richieste e si seguono quelle. In altri paesi succede sempre dell’altro, e le cose finiscono per uscire dal tuo controllo e da ciò che era prevedibile.

E allora come mai adesso avete traslocato a Porto?
Perché il Portogallo è una buona posizione strategica, sia per ragioni geografiche che linguistiche che di ricca scuola architettonica. Restare in Norvegia – a causa dei costi altissimi della vita e della professione – ci impediva di lavorare con quasi tutti i paesi del mondo salvo la Norvegia stessa e il Medio Oriente.

Quanto di Turbine City è una boutade sperimentale e quanto un progetto realizzabile?
Boutade per niente. In architettura la sperimentazione e la realizzazione sono due ambiti che spesso si sovrappongono. Se il nostro progetto comincia a entrare nel dibattito – e in Norvegia si discute pubblicamente di ogni cosa – le sue chances di pesare rispetto a ciò che si costruirà cresceranno molto. Abbiamo ricevuto molti feedback: e solo ieri 53 richieste di pubblicazione.

Non ti viene il dubbio che sia perché le vostre immagini funzionano sulle riviste patinate?
Intanto questo riguarderebbe anche te. Ne stiamo parlando perché Wired è una rivista patinata?

No. Ne stiamo parlando perché c’è un’idea, realistica abbastanza da non essere fantascienza e innovativa abbastanza da non essere trascurabile.
Bene. E comunque molte delle richieste vengono da riviste di architettura: spesso non sono neanche patinate.