Sempre meglio dei carboni ardenti

Prendi 2001 Odissea nello spazio, Koyaanisqatsi e Lost, aggiungi una sana e spietata indifferenza nei confronti della resistenza degli spettatori, e avrai The tree of life.
Altro non dico, a chi non l’ha visto, che è un film talmente oltre che magari vi piace pure. Ma non lo consiglierei a un amico che non voglia mettere alla prova la propria resistenza fisica. E non vale dormire, come quelli seduti accanto a me.

Altre cose:

10 commenti su “Sempre meglio dei carboni ardenti

  1. Raffaele Birlini

    Essendo un comune mortale non l’ho ancora visto, ma leggendone qui e là ho l’impressione che sia come quei film di una volta, soprattuto francesi, cosiddetti ‘impegnati’, che facevi finta di niente e te li subivi senza ragire, trattenendoti dallo sbuffare, sprofondando sempre di più nella poltrona, annuendo ogni tanto, per non fare la figura dell’ignorante e volgare. E poi dicevi che fotografia, che angolazioni trasgressive, che svisceramento di tematiche attualissime. Invece era una porcata assurda, al punto che ancora oggi quando senti la definizione di film d’autore ti ricordi quelle porcate là, con lunghissimi minuti di pause in primo piano a suggerire chissà che narrazione implicita, e scarrellate dove la telemecamera ‘indugiava’, perché la telecamera nei film d’autore non si sofferma: indugia. Lo vedi che per molti versi siamo tornati/rimasti fermi agli anni ’70? Un giovane magari no, ma chi ha più di 40 anni se ne rende conto, e non sa se ridere o piangere.

  2. Lorenzo

    Io tanti anni fa ho sentito dire a Enrico Ghezzi che se dormi durante un film va bene, vuol dire che è bello e ti piace – che ti senti abbastanza sicuro e protetto e a tuo agio da poterti rilassare. Tree of Life l’ho visto e mi è piaciuto molto, e ci ripenso di continuo, ma è ovvio dire che non è il film da andare a vedere se ci si vuole distrarre per un paio d’ore cercando di indovinare chi è il colpevole, l’assassino o l’amante. Del resto, se uno è al bar e ha voglia di gelato deve ordinare un cono, mica una pizzetta.

  3. RicPol

    @Raffaele: “cinepresa” e non “telecamera”. In quel contesto, anche meglio “macchina da presa”.
    Film bello e impegnativo (niente affatto impegnato, anzi molto personale e libero da preconcetti). Si fatica a vederlo, me è fatica piacevole. Considerando che Malik fa solo un film ogni tanto, non costa molto vederli tutti.

  4. saltuari

    Sento molta gente in giro stupita per il film di Malick. In realtà per chi lo conosce, è ha già visto La sottile linea rossa o Un nuovo mondo, The Tree of Life è solo un’ulteriore conferma (stilisticamente sono quasi uguali).

    Al di là del film stesso poi (che a me è piaciuto molto, ma capisco che possa essere molto impegnativo), mi fa comunque piacere che si riaffermi l’idea che si possa fare cinema in un modo completamente diverso al quale ci siamo (ci hanno) abituati.

  5. S.ara

    Spoiler:
    concordo con Luca e rincaro la dose: è un film riuscito male, e mi dispiace, perchè Malick mi piace molto.
    Gli inserti metafisici sono ridondanti, freddi, banali, scoppiazzati e ridicoli (vedi: gli animali preistorici).
    La voce fuori campo è poco amalgamata con le immagini e il loro senso, mentre lo era alla perfezione in “La sottile linea rossa”.
    Avrei preferito un robusto film sulla famiglia americana degli anni 50, con innesto al giorno d’oggi: aveva degli ottimi attori, soprattutto i bambini, e li ha sprecati.

    Sostengo una riparatrice visione di “New world” misteriosamente scomparso dalle sale nel giro di tre giorni, all’epoca.
    Sara di Saronno

  6. Maya

    A me non era piaciuto nemmeno The New World, The Thin Red Line invece sì, molto.
    Ho visto i Dardenne, Le Gamin au vélo: grande, grandissimo film.

  7. stefano zanoli

    anch’io avevo pensato subito a 2001… Koyaanisqatsi no… ma mi ha fatto ridere la citazione. La critica E. Martini parla anche di National Geographic, e anche questa è azzeccata. L’ho visto. Mi ha annoiato abbastanza. Anche un po’ irritato; per l’enfasi e la ricerca continua di “poetico”, tanto da sfiorare il ridicolo (non solo sfiorare).. Di notte poi, quella della sera che l’ho visto… ho sognato Brad Pitt… perché è potente e semplice il messaggio emotivo: “Dio è severo ma è grande” dice Malick

  8. iaracolonna

    Tre cose.
    Primo: la narrazione del film è così diversa da quello cui siamo abituati, che non ci da riferimenti. Nei primi 10 minuti sappiamo già tutto. Se non abbiamo una storia, con i pruriginosi dettagli che Malick sapientemente screma (com’è morto il figlio?), ci annoiamo.
    Secondo: la poesia urta i cinici. Sarebbe il caso di guardare all’arte con il cuore aperto?
    Terzo: le riflessioni dei protagonisti hanno certo implicazioni religiose e filosofiche, ma non sono mai definitive, conclusive, sono aperture domandanti, vissute, patite. Il montaggio rafforza questa vicinanza, fisica ed emotiva, ai fenomeni.
    Non sono uscito dalla sala con la sensazione di aver visto un capolavoro, ma con un abbacinamento smarrito, quindi aperto alla domanda di senso rilanciata dal film.
    La visione di quest’opera, senza rigidità preconcette, è una pratica di salute.

  9. stefano zanoli

    non so se quel “la poesia urta i cinici” si riferisse anche al mio commento, in ogni caso vorrei dire che non è tanto la “poesia” a urtare, ci mancherebbe, quanto la “ricerca della poesia”. A questo proposito Brodskij (grande e amato poeta) diceva di Pound che sempre lo aveva irritato in quel poeta la “ricerca della bellezza”… concludendo come la poesia fosse infine nient’altro che il risultato secondario di ricerche partite con altri fini (la legge dell’eteronomia dei fini). Questo discorso della poesia è interessante comunque, e il film lo stimola… Essenzialmente, credo che l’essenza del film sia il kitsch, l’enfasi, l’abbandono a un lirismo che a me, personalmente, non convince (Kundera ci ha fondato tutta la sua opera su questo tema…)

  10. minimAL

    Inutile premettere che un film può piacere e/o non piacere: non si è “obbligati” in alcun modo, insomma.
    Però questa costante necessità di banalizzare tutto, di mettere tutto sullo (sotto) lo stesso piano, è un esercizio quasi cretino (nel senso letterale del termine).
    Onestamente io avrei fatto uno sforzo opposto al tuo, uno sforzo da giornalista s’intende: perché viene citato il Libro di Giobbe? E da lì avrei cercato di scavare qualcosa.
    Poi, per carità, può pure non piacerti l’operazione. Però questo tuo costante riportare le cose nel fango, sembra quasi una infantile necessità di avere tutto a portata di mano.
    Per fortuna che il mondo è diverso, per fortuna.
    Ciao,
    Alessandro

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