Ingenui e digeriti

Da antico fan, ho preordinato qualche giorno fa il nuovo romanzo di Dave Eggers The circle, su Amazon, e da stamattina ce l’ho: chissà se riuscirò a leggerne più di cento pagine (i libri sono abbastanza finiti, ma di questo scriverò meglio, e ho pure già scritto). Però spero sia bello, e aspetto ad averne letto abbastanza per giudicare: in giro è pieno di recensioni basate evidentemente sulle poche pagine anticipate dal New York Times. Da come è presentato, sembra un tentativo di Eggers di costruire un modello contemporaneo di 1984 di Orwell, con vistose citazioni, che critica la deriva totalitaria delle nuove tecnologie nei nostri confronti e prende in giro le depravazioni del nostro rapporto con la rete e in particolare con il mondo “social”. Vedremo poi, ma appunto non mi sembra tanto dedicato ad accusare il troppo uso delle nuove tecnologie, quanto il mito della condivisione e della trasparenza di tutto. L’idea che sia bene che tutti conoscano ogni cosa che accade.
Lo dico anche perché in fondo, grazie alla rete e alle nuove tecnologie, io oggi posso leggere un libro che è uscito in America poche ore fa e che parla di cose contemporanee che magari tra un anno saranno già diverse. Mentre solo vent’anni fa avrei dovuto aspettare un viaggio negli USA (molto più raro, con una comprensione dell’inglese a sua volta minore di quella che ho oggi, ogni giorno di più) o l’edizione italiana di sei mesi-un anno dopo. Poi dice internet.

Ma a prescindere dal libro, dico due cose sull’ineluttabile ed eterno dibattito sui rischi delle nuove tecnologie. Una è che è ineluttabile ed eterno, rituale, e come tale lo si può anche accettare con leggerezza: la storia ci ha insegnato che ogni progresso tecnologico si accompagna ad allarmi sulle sue conseguenze e discussioni relative, e poi a un certo punto si digerisce tutto, come è normale. La storia ci racconta persino di critiche da parte della “cultura” nei confronti dei libri stampati, che ci avrebbero reso più ignoranti.
La seconda cosa è che buona parte delle critiche e degli allarmi sono fondati, ed è evidente: se accantoniamo i toni radicali buoni per vendere opinioni che sono prodotti (“Google ci rende stupidi?”: no, quello che ci rende un po’ stupidi è prendere sul serio certi titoli), è indiscutibile che – come ogni cambiamento – quello in corso ci sta togliendo molto. Ogni cambiamento comporta una perdita. Quando cominciammo a guardare molta tv, decenni fa, togliemmo già tempo a cose “migliori”, amputammo già di un pezzo cospicuo la lettura di libri, le serate con gli amici, eccetera. Molti dissero “vergogna” e “dove andremo a finire” e “la tv ci rende stupidi”: e un po’ avevano anche ragione, ma giudicammo che i benefici superassero i costi e che comunque non c’era molto da fare se non farci le riflessioni del caso, che si fecero, e poi vennero digerite e oggi le riteniamo superflue e banali.

Ecco, la seconda cosa è questa: c’è da parte di molti critici degli “eccessi” del cambiamento, un’ingenua supponenza che li convince di essere gli unici ad avere capito che stiamo perdendo qualcosa (parlo dei moderati, non di quelli che poi sono persino convinti di essere gli unici ad avere capito che stiamo impazzendo tutti). E un’ingenua supponenza che li convince di doverlo spiegare agli altri, come se il tempo che oggi dedichiamo a conoscere il mondo o avere relazioni, o a cercare affermazioni della nostra vanità attraverso internet, si dovesse al fatto che nessuno ci ha avvisato che sono già le tre del pomeriggio o che fuori c’è il sole. “Ah, hai ragione ho trecento amici su Facebook e ci scrivo ogni giorno, e sì, leggo Twitter mentre aspetto il tram, ma non me ne ero accorto: spengo tutto e vado a correre nudo nei campi di grano tra ancelle festanti, e stasera invito a cena tutti i miei amici – veri – del liceo. Amici! Dove siete?”.

Il libro di Eggers sarà bello, spero. Ci farà ridere di quel che siamo diventati, ci farà pensare al cambiamento, ma non parlerà ai ragazzini che il cambiamento non lo conoscono – e sono gli unici a cui andrebbe raccontato e fatto capire – e non ci dirà cose che già non sappiamo, tendo a pensare. Perchè la riflessione sul cambiamento e la sua comprensione siano ancora utili e proficue bisogna – lo dico ad altri, non a Eggers – che le facciamo fare un passo più avanti di “non vedete che state rincoglionendo tutti?” (che di solito vuol dire “oddio, sto rincoglionendo pure io, quindi lancerò un allarme generale!”): quella è già digerita, anche stavolta, e ci sono riflessioni più profonde in giro. Certo, molte sono su internet, c’è quel problema lì.

p.s. vedo che poco fa ha scritto su temi simili anche Mario Tedeschini, che consiglio.

Altre cose:

7 commenti su “Ingenui e digeriti

  1. tonio

    Sto per scrivere una banalità, ma perché no? L’uso della vista è il senso che prima di tutti gli altri aiuta a difenderci dalla solitudine. Nell’evoluzione culturale della persona il punto di partenza è stato osservare gli altri che reagiscono alle nostre parole, poi si è passati a leggere, scrivere, guardare testi per giornali, libri, opere visive, e adesso si è giunti a navigare su internet che è la summa delle precedenti due fasi. Da sempre si è alla ricerca, in buona sostanza, di chi ci somiglia, come per avere una conferma di noi stessi e raggranellare così quel po’ di fiducia per resistere alle insidie del “diverso” a cui non apparteniamo, che pure è immenso, troppo da non potergli staccare gli occhi di dosso. Internet come un gigantesco specchio ci restituisce la nostra immagine, e questo ci tranquillizza, ma poiché lo specchio è troppo grande esso ci mostra anche da chi e cosa siamo contorniati, e questo ci tormenta. Dunque, quando dobbiamo ripetere i riti di passaggio ed interrogarci sul nuovo, sul progresso, sulla contemporaneità dobbiamo dare risposte, secondo me, alle persone che in quello specchio si vedono piccole piccole. Allora comprenderemmo meglio certe storie di adolescenti o adulti che finiscono in tragedia, perché precipitati nel vortice di uno strumento tecnologico che non hanno saputo gestire.

  2. alexmeia

    Per prima cosa mi viene in mente questa vignetta, che è una bella raccolta di antichi esempi di dove andremo a finire: http://xkcd.com/1227/

    In secondo luogo affermazioni come i libri sono abbastanza finiti dovrebbero essere sempre seguite da per quanto mi riguarda. E’ pieno di gente che ha voglia di leggere romanzi anche lunghi, nonostante tutto. Il fatto che di questi tempi le vendite di libri siano in calo non mi stupisce, ma bisogna anche tener conto di quanti libri vengono scaricati illegalmente, un fenomeno irrilevante fino a un paio di anni fa che ora comincia ad essere rilevante.

  3. Luca

    Ma io non volevo dire per quanto mi riguarda. Parlavo in generale, ed è un pensiero generale che non viene contraddetto dai casi particolari diversi. Io giocò ancora a Ruzzle ma non contraddirei chi dicesse che Ruzzle è finito, capendo cosa intende.

  4. alexmeia

    Capisco, ma forse non ho capito e continuo a non capire quello che intendi quando dici che i libri sono abbastanza finiti. Non credo sia così, parlando in generale. Oppure, se è così, lo è da cinquant’anni almeno. Magari troverò il tempo di approfondire meglio il tuo pensiero o di argomentare meglio il mio. Per ora la tua affermazione mi sembra azzardata.

  5. Pingback: Libri e tecnologia. Riflessioni sul cambiamento | Note Modenesi

  6. lorenzo68

    Mi sono sempre chiesto le motivazioni della necessità di parlare ai ragazzini guardando al passato, quando
    sarebbe meglio guardare al futuro e parlare loro dell’attimo fuggente che una volta adulti è un rimpianto che mai tornerà più indietro.
    L’adulto dovrebbe dunque essere quel ponte per il domani e non un virtuale proiettore cinematografico che riavvolgendo la pellicola ti mostra quello che c’era quando tu (figlio mio) non avevi ancora corpo e anima.

  7. Qfwfq71

    @alexmeia
    grazie per il link
    nella definizione di morte del libro (così come per qualsiasi prodotto o tecnologia) la parola fine non è mai associabile ad un momento specifico, come se fosse un titolo di coda.
    I nostri libri di storia ci hanno abituati a pensare che la storia si svolga secondo date precise. Questo per comodità dello storico che deve sintetizzare e classificare i periodi storici.
    Invece i cambiamenti epocali si svolgono secondo processi che durano moltissimo tempo e in maniera discontinua (spesso anche con molte marce indietro); chi vive dentro questi cambiamenti difficilmente riesce a coglierli fini in fondo (per questo si dice che l’analisi storica per essere oggettiva dovrebbe riguardare fatti avvenuti almeno 50 anni prima).
    Certo la storia recente ci ha abituato a processi di ascesa e caduta delle tecnologie molto rapidi: basti pensare all’evoluzione dei videogiochi o al VHS.
    Ma le tecnologie e le forme espressive che incidono radicalmente sulla società hanno anche una maggiore inerzia nelle loro trasformazioni; spesso capita che queste sopravvivano all’innovazione, ma solo a costo di una loro profonda trasformazione, tale da renderle comunque qualcosa d’altro.
    Sebbene oggi è abbastanza facile immaginare che il libro (così come lo conosciamo adesso) è destinato a scomparire, meno chiaro è capire in che tempi scomparirà e se si trasformerà in qualcosa di altro.
    Il libro è un death men walking.

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