Ricordati di me

Sono finito su questo post di quattro anni fa, cercando un’altra cosa: e scorrendolo ho scoperto con qualche commozione che il primo commento in fondo, gentile e complice, era di Stefano Bonilli.
Bonilli è morto un anno fa in questi giorni, qui è detto chi era.

Ma mi ha anche colpito un pensiero: nella infinita produzione di cose che oggi lasciamo scritte, e che spesso quando moriamo qualcuno si mette a spulciare, nelle pagine dei social network, nei blog, facendo ricerche su Google, ci sono per molti anche tanti commenti a post e articoli, assai più nascosti e annidati chissà dove. Non credo che la storiografia contemporanea e futura possa più dedicarsi all’analisi di tutta la produzione di questo o quell’individuo – spesso sterminata, online – ma anche dedicandosi a ricerche e ricostruzione, ci sono brandelli di noi e dei nostri pensieri, tratti, opinioni, confessioni, che rimangono sparpagliati e rintanati come briciole in giro (mentre si è già molto discusso dei destini dei nostri account social quando moriamo). Come un tempo avveniva per certe lettere chiuse in fondo a certi cassetti, che dopo decenni qualcuno ritrova e ci scrive un libro intorno.
Per non dire delle mail che abbiamo scritto, a proposito di lettere: ognuno di noi possiede messaggi e pensieri di persone che non ci sono più, e i loro cari non sanno niente di quei messaggi, di quei pensieri e confidenze. Li abbiamo noi, più o meno sbadatamente: di molte neanche abbiamo più memoria, ma sono lì, come il commento di Bonilli.

Qualche settimana fa sul New York Times c’era un bell’articolo di Rob Walker sul suo rapporto – e quello di molti di noi – con i nomi di persone che sono morte nelle rubriche dello smartphone. È vero che non riusciamo a cancellarli, perché non possiamo cancellarli: e anzi, reincontrarli quando scorriamo la rubrica diventa per alcuni di loro l’occasione in cui ci tornano in mente, per un momento. “Il mio cimitero digitale”, è il titolo dell’articolo.

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