Scartare di lato

Michele Serra ha un trucco dialettico che padroneggia infallibilmente: come quei calciatori che – nel momento che tu gli ti pari davanti convinto che controllerai il tuo istinto di allungare il piede per toglier loro il pallone, convinto perché sai che loro sono più veloci e ti fregherebbero scartandoti proprio in quel momento, e allora ti dici “devo solo stargli davanti” – fanno quella cosa che improvvisamente lanciano la palla avanti e scattano, e nel rincorrerla ti andranno via sempre, in un’accelerazione ineguagliabile, e al massimo stroncabile con un fallo d’ostruzione, se sei rapido almeno da fare un fallo d’ostruzione. Tu lo sai, che faranno proprio così, proprio quel colpo lì: e però loro lo fanno, e ti vanno via tutte le volte.

Michele Serra sfodera questo trucco, con cui ti va via ogni volta, e intorno a cui fa girare ogni volta considerazioni e analisi diverse e brillanti. Si esplicita così: “siete tutti degli imbecilli, ma forse sono io che invecchio”. Varianti a milioni: “siete tutti dei pagliacci, ma forse sono io che sono noioso”; “siete tutti degli stronzi, ma forse sono io che pretendo troppo”; eccetera.
Tu lo sai, eppure funziona micidialmente: perché ti impedisce di dirgli “come sei noioso”, “come sei vecchio”, “quante pretese”: già che se lo è detto lui. E di impostare il confronto, reagire all’offesa, su un piano competitivo e personale, come facciamo ogni giorno: perché si è chiamato fuori dalla competizione, ha chiesto scusa ancora prima di finire la frase (mia moglie sa fare bene una giocata che è in parte simile: “sei un cretino, ma io ti voglio bene lo stesso”).
E soprattutto, tu sai che ha ragione: è vero che siamo tutti degli imbecilli, siamo tutti dei pagliacci, siamo tutti degli stronzi. Sei anche tentato a pensare – è questo il meccanismo che di solito è utilizzato dai grandi demagoghi – che in realtà sono gli altri, gli imbecilli/pagliacci/stronzi, e tu e Serra gli unici furbi. Ma lui è convincente, quando si spaccia per non tanto furbo: dovresti dirti quindi che l’unico furbo sei tu. Fallo d’ostruzione, ma c’è sempre chi ci riesce, certo.

Questa è una cosa che mi piace di Serra – assieme a molte altre – rispetto ad altri teorici della superiorità di presunte minoranze di cui fanno parte: che se ne vergogna, come è giusto. È sempre combattuto tra il condividere pensieri sprezzanti e dubitarne, e all’ultimo momento usa la sua giocata – o altre grandi capacità dialettiche ed espositive – per far convivere le due cose. La sua stessa carriera pubblica ne è un’altra dimostrazione: una ritrosa grande popolarità. Per uno diventato famoso per fare ridere, poi.

Il libro di Michele Serra ha due cose piccole non all’altezza: una è il titolo – “Ognuno potrebbe”, un pronome e un verbo al condizionale – il cui grigiore è forse un’idea troppo intelligente che vuole adeguarsi a quello dei luoghi e dei tempi in cui sono ambientate le riflessioni del protagonista. Cubi e tubi e ognuno potrebbe. L’altra è l’uso del termine “egofono” per chiamare lo smartphone: disprezzo improvvisamente troppo didascalico e diretto per le raffinatezze di analisi e ironia di Serra. Immagino che possa avere pensato, in questo caso, che un successo del libro pari a quello straordinario del suo precedente possa far diventare l’espressione scherzosamente di uso comune e consegnare l’autore all’eternità: “Hai visto il mio egofono?”.
Ma forse sono io che sono capriccioso.

Poi, per centoquaranta pagine è un libro di grande intelligenza e brillantezza, e che si legge divertendosi, con piacere: a essere più precisi, è uno di quei libri che non chiuderesti mai nella fiducia che da un momento all’altro arrivi qualcos’altro di intelligente e brillante. E lo dico da lettore che non condivide almeno metà dei pensieri e dei temi esposti dal protagonista – un micheleserra che si è tolto 25 anni -, e che ha pure qualche dubbio che si possa essere oggi micheleserra e trentacinquenni insieme. Mi riconosco anzi per almeno un’altra metà di opposti pensieri nel suo collega Ricky, di cui il protagonista prende in giro la serenità e l’ottimismo un po’ ottusi. Ma appunto, tutti gli antagonisti di pensiero del personaggio di Giulio hanno chiaramente ragione almeno quanto ce l’ha lui, e a volte di più. E la conclusione del libro – versione somma della giocata di cui sopra – sancisce infine tutto questo, scartando di lato: e non ne scrivo di più, lasciandovici soli.

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