Io, io, io

Tutti noi siamo dentro un tempo di iper egocentrismo e di crollo delle inibizioni a far passare attraverso se stessi ogni cosa, di ricerca di continue affermazioni pubbliche della propria esistenza e rilevanza, di filtro di ogni nostra espressione attraverso l’implicito o esplicito “io l’avevo detto”, con minori o maggiori accorgimenti per mimetizzarlo (ma sempre minori).
È un atteggiamento che è contemporaneamente fastidioso e sdoganato: ne percepiamo ancora una dose di infantilità e sgradevolezza ma al tempo stesso lo vediamo ovunque intorno e abbassiamo le asticelle a nostra volta, adeguandoci, incapaci di applicare su di noi la misura che vorremmo dagli altri.
Ma il fronte dove è più imbarazzante e disarmante – e uno sforzo sarebbe necessario – è quello dei leader politici, da cui ancora ci aspettiamo malgrado tutto una statura superiore, o almeno una capacità di mostrarla: e soprattutto una inclinazione a dare analisi e proposte prima che autopromozione da concorso di bellezza (che poi nei concorsi di bellezza c’è assai più moderazione), alienati da una sopravvalutazione di sé che si nutre della esigua bolla di attenzioni circostante e terrorizzati dalla possibilità di non essere notati. Nelle ultime ore mi sono imbattuto nei seguenti casi, ma sono decine ogni giorno in cui chi parla non si trattiene dal mettere la sua piccola persona (siamo tutti piccole persone) davanti a grandi questioni, come quei passanti che si affacciano molesti nelle inquadrature di certe dirette di grandi notizie, cercando di proiettarci sopra una piccola ombra: Meloni, Emiliano, Franceschini, che si sporgono a cercare di impallare un bambino che muore o una crisi politica nazionale.

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