Coinvolti

Il tema dei rischi per le nostre democrazie e convivenze procurato da una cattiva informazione è diventato attuale e popolare negli ultimi due anni, a causa di due grandi eventi mondiali in cui abbiamo convenuto che l’informazione sia stata mooolto cattiva e che abbia concorso in maniera rilevante a quegli eventi: la vittoria di Brexit al referendum britannico prima, e quella di Donald Trump alle elezioni statunitensi poi. Abbiamo chiamato questo tema “fake news”. E abbiamo chiamato questo tempo quello della “post verità”.

Il tema non era nuovo, in realtà. Le falsificazioni deliberate della propaganda sono sempre esistite, e c’erano estesi precedenti storici in cui il consenso dei popoli e degli elettori era stato manipolato attraverso bugie e invenzioni. In più, le mediocrità e le inaccuratezze dell’informazione giornalistica tradizionale erano a loro volta già un fattore molto rilevante del livello spesso pessimo dell’informazione dei cittadini: in questo l’Italia era ed è all’avanguardia, ma la crisi dei ricavi economici del giornalismo generata da internet ha indotto degli scadimenti ulteriori nella qualità media dell’informazione mondiale.

Però è vero che internet ha creato due ulteriori cambiamenti, in questo scenario: da una parte rendendo accessibile a tutti l’opportunità di produrre cattiva informazione, insieme a quella di informazione e basta che avevamo giustamente assai celebrato (il citizen journalism, i blog, le “conversazioni” social, eccetera). Dall’altra offrendo estesi e prima inesistenti strumenti di verifica sulle falsificazioni vecchie e nuove. Il risultato è che siamo diventati tutti corresponsabili della diffusione di informazioni, notizie e storie, e continuiamo a farlo con grande leggerezza e incoscienza. Che è un elemento di cui approfitta chi produce deliberatamente e strumentalmente falsità con secondi fini. Ma siamo anche tutti svelatori di falsità, e in qualche misura lo facciamo, e così aumenta la percezione di un grande panorama di bugie, che prima ci sfuggiva.

Questo non toglie che ci siano tuttora maggiori responsabilità da parte dei media tradizionali, che continuano a essere autori della gran parte delle informazioni che riceviamo, vere e false: ma dare colpe agli altri per assolvere le proprie è un atteggiamento comodo e frequente che non porta a nessun risultato. Come con tutte le cose del mondo, i cattivi e gli scellerati ci saranno sempre, ma per gli altri c’è una questione di educazione: educazione al valore della accuratezza, della scienza, della logica, del rispetto del prossimo. Ma anche educazione alla propria parte di responsabilità: abbiamo imparato che il voto di ciascuno di noi ha un valore, malgrado sia uno tra milioni, possiamo e dobbiamo imparare che anche l’atteggiamento di ciascuno di noi ha un valore nel far circolare notizie accurate e fare funzionare le democrazie, che funzionano solo se sono bene informate, altrimenti non valgono niente. E l’atteggiamento di ciascuno di noi è fatto di quello che scriviamo, che ripetiamo, che condividiamo, spesso senza farci domande, spesso perché ci conferma nelle nostre opinioni o tifoserie, spesso perché ci fa ridere, spesso perché vogliamo essere i primi, spesso per vincere capricciosamente un litigio.

La cautela e la verifica su quello che raccontiamo o di cui favoriamo la diffusione riguarda i direttori dei giornali fino agli ultimi cronisti, riguarda i responsabili dei siti internet e quelli dei social network, e nessuno si può chiamare fuori. Se tre anni fa in Italia molte persone non si sono vaccinate contro l’influenza, ed alcune sono morte, è perché i giornali hanno dato troppo spazio e allarme a un’ipotesi infondata e poi smentita – che alcuni vaccini fossero pericolosi – ma anche perché quell’ipotesi è stata condivisa e fatta circolare da tanti di noi: e lo facciamo ogni giorno con mille cose, facendoci troppo poche domande.

(è l’appunto per un breve intervento fatto ieri a un convegno milanese)

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