Le cose di ora col metro di prima

Qualche giorno fa Christian Rocca ha scritto per la Stampa un commento sulla discussa e famigerata questione del “copyright su internet”, ovvero per farla breve sull’eventualità che l’Unione Europea adotti delle nuove norme per retribuire i proprietari del diritto d’autore (che non sono sempre gli autori) rispetto alla circolazione dei loro contenuti online. Sulla questione Rocca ha opinioni sfumate e terze (il suo articolo è dedicato a un aspetto laterale del dibattito), ma in un passaggio avalla un argomento del dibattito che non mi convince mai. Ovvero quello che estende all’infinito il ruolo indiretto da retribuire di un contenuto, un prodotto, un servizio, all’interno di un altro contenuto, prodotto, servizio che ottiene dei ricavi. Cito l’esempio di Rocca e mi spiego, che la precedente formulazione è farraginosa.

L’esempio, banale ma che aiuta a capire, è quello dei meme sui social: un utente condivide una fotografia scaricata da Internet, le piattaforme digitali guadagnano dalla diffusione virale di quell’immagine, ma il fotografo, o l’editore che ha commissionato quel servizio fotografico, non sono retribuiti.

Sul mio dubbio torno più avanti, ma per capirsi subito anticipo: Ryanair o Easyjet dovrebbero compensare il museo Guggenheim di Bilbao per i ricavi ottenuti sui propri voli verso Bilbao?

Mi fermo per un’altra cosa, accessoria a queste considerazioni ma importante in generale: internet ha creato un’infinità di fattispecie legali completamente nuove, che riguardano l’economia, l’etica, il diritto e altro ancora. La nostra tendenza umanissima è cercare di ricondurre le situazioni nuove ai modelli vecchi: io l’ho appena fatto, con l’esempio Bilbao, ma lo si fa continuamente non solo in ogni dibattito ma anche nelle aule dei tribunali o dove si scrivono le leggi, con contraddizioni clamorose e incompetenze scellerate. Bisogna prendere atto che internet ha cambiato le cose così radicalmente (pensate a tutto quello che riguarda l’annullamento dei confini nazionali) da rendere infantile e anacronistica la speranza di poter ricorrere sempre a dei casi o delle regole precedenti per risolvere problemi nuovi. Non solo Uber (affondato appunto dal rigido ricorso ai precedenti), ma tantissimi dei servizi commerciali legati al digitale che usiamo ogni giorno non potrebbero funzionare senza un accantonamento di quelle regole precedenti, e molti operano in zone grigie di spaesamento degli enti regolatori.

Quindi metto in guardia me stesso per primo – le similitudini sono una specie di droga dialettica, mi rendo conto – dall’umanissima inclinazione al “è come se” che cita casi nati in altre ere e altri mondi. Però è vero che qui stavamo parlando di una cosa che sta sopra le applicazioni particolari digitali o no, ovvero il diritto a essere retribuiti per l’uso dei propri contenuti che genera ricavi. E tutto sta in quella parola, genera. Il Guggenheim genera ricavi per Easyjet? Evidentemente sì, ma in quale misura, dov’è l’asticella? La foto nel meme di cui parla Rocca quanto è essenziale ai ricavi di Facebook o Google o Giphy? Meno del Guggenheim, se lo chiedete a me.

Tutto “l’indotto” dovrebbe compensare il business che lo produce? Oppure, per ribaltare i casi principali in questione, i giornali dovrebbero compensare le persone protagoniste dei loro articoli per i ricavi che ottengono scrivendo di loro e di quello che hanno fatto? In fondo i giornali non sono “piattaforme su cui vengono condivisi contenuti prodotti da altri”, ovvero le vite? E se le piattaforme devono compensare perché la circolazione di articoli o video genera ricavi, Twitter deve compensare per il traffico di discussioni e tweet generato dai programmi televisivi e dalle serie? E via dicendo, pensate agli esempi che volete (per non dire delle ipocrisie: fatemi sapere se i giornali italiani così bellicosi decidono di intimare a Dagospia di smettere di guadagnare dal copiaincolla integrale dei loro articoli).

Quello che dico è che ci dev’essere – credo – una misura del rilievo di ciò che chiede compenso nel produrre ricavi. Che YouTube debba compensare i produttori dei video se vuole guadagnare dai loro contenuti, oppure impedire che vengano pubblicati, è un conto: i video, i film, sono la natura prima del suo business, la materia di cui vive. Che Facebook debba compensare un fotografo se qualcuno in un angolo del social network ha fatto un meme, o un giornale se qualcuno ha condiviso un articolo, mi convince meno. Non è questa la materia di cui vivono Facebook e Google (vivono delle loro specifiche e innovative funzioni, che poi ognuno usa in molti modi), e la dimostrazione è che ai giornali e ai gruppi editoriali che protestano basterebbero pochi minuti per rimuovere i propri contenuti dalle ricerche su Google o le proprie pagine da Facebook, e non lo fanno. E Google e Facebook non farebbero una piega.

Ma – come Rocca – non sto perorando le ragioni di nessuno: ce ne sono da tutte e due le parti, ma le maggiori sono quelle degli “utenti”, che vengono presi poco in considerazione e si trovano abbastanza bene, mi sembra. Si potrebbe obiettare che se non saltano fuori dei soldi per i produttori di contenuti alla lunga la qualità dei contenuti ne risente e il mondo peggiora, ma si potrebbe controbiettare che per alcuni settori la qualità già non è ‘sta meraviglia oppure che si diceva anche per la musica e invece la musica è stata in grado di ritrovare dei modi più diretti di sfruttare il proprio valore (come stanno facendo i giornali che offrono i loro articoli solo a pagamento, legittimamente).

Però volevo invece dire una cosa più piccola, e cioè che non userei argomenti assoluti, come quello del “guadagnano grazie al lavoro di”, perché se no finisce che qualcuno va a chiedere dei soldi per la sua spazzatura che un’azienda privata ricicla senza la sua autorizzazione, guadagnandoci.

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