Avevo detto basta col PD

Pochi, ma qualcuno – malgrado le mie attenzioni – ha interpretato il mio post di due giorni fa come la proposta di abbandonare il PD, sciogliere il PD, rinunciare al PD, cambiare nome al PD o simili. Ci metto poco a ripeterlo più chiaramente: il mio suggerimento era di non pensare il PD, com’è oggi e com’è considerato oggi, come lo strumento per affrontare la “crisi” politica e culturale corrente, perché non ce la fa, oggi, inevitabilmente. Per errori al suo interno (il PD è un partito, non ha volontà propria, è chi lo fa) e per come gran parte dell’opinione pubblica (sbagliando e no) lo considera.

Ma è chiaro che nessuna persona ragionevole e rispettosa può pensare di togliere senso e valore al secondo partito italiano, votato da sei milioni di persone, funzionante sul lavoro di tantissime, che produce buone intenzioni e pure buoni risultati: in scale insufficienti. E che è il frutto del progetto politico più promettente e volenteroso del millennio, in Italia: il problema è che nel frattempo stava cambiando il millennio. Il Partito Democratico – come Barack Obama – è stato uno degli ultimi grandi successi progressisti di un tempo che stava finendo, e nel quale i progressisti del mondo si erano convinti che ormai non sarebbe finito più: quello del progresso civile, culturale, democratico, appunto, immaginato come inerziale e scontato. Era lo strumento per una volontà che stava diventando minoritaria, e ha pensato fosse impossibile, che diventasse minoritaria: oltre naturalmente a fare grandi sbagli che hanno contribuito al disastro, non solo quello di sottovalutare.

Le due cose – il suo valore e il suo fallimento – oggi secondo me hanno la sola prospettiva di trovare una sintesi se il valore prende atto del fallimento, anzi dei fallimenti: ripeto, gli sbagli rispetto all’esecuzione del progetto, e la sottovalutazione del cambiamento intorno. Il PD oggi avrebbe bisogno (inciso: non succederà, realisticamente, siamo spacciati, “sono pessimista ma me ne dimentico sempre“) di ripensare se stesso, nei suoi funzionamenti e nella sua capacità di comprensione e adattamento alla realtà. Azzeramenti veri, di pensiero innanzitutto. Cose immense su cui lavorare, che non possono convivere con la gestione del quotidiano politico o la ricerca di soluzioni a breve (la ricerca di soluzioni a breve – elemento tra i più contagiosi e caratterizzanti di ogni aspetto di questi tempi, personale, politico, economico – è una ragione della scomparsa del progetto e della visione, nel mondo): con l’idea di far cadere il governo senza avere la forza eventuale di rimpiazzarlo con niente, per esempio. Ho detto per esempio.

Non fatela diventare la cosa centrale in questo ragionamento, è solo per spiegarmi e far divertire chi si diverte con queste cose: se non gli fossi affezionato e non volessi il suo bene, io commissarierei il PD e lo affiderei a Walter Veltroni, che si occupi di ricostruirlo e ripensarlo, con la competenza di chi sa cos’è e la duttilità di chi capisce che deve diventare altro, e ci vorranno tempo e fallimenti: ma non c’è mai stato tanto tempo come ora e tanto spazio per i fallimenti. Non la motivo ulteriormente per non sopravvalutarla, appunto: è l’unica piccola idea che mi viene, ed è perfida.

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